Oggi pubblichiamo una recensione di un libro, molto conosciuto, scritta dalle “nuove” squirtmanine di Alessandra, una mia (di SquirtAllegra) carissima amica di cui mi fido ciecamente e per cui .. buona lettura!!
L’ELEGANZA DEL RICCIO
Come primo libro del 2013, anche perché ricevuto tra i regali di natale, ho letto “L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery. Di solito sono abbastanza restia, in maniera del tutto preventiva, ad avvicinarmi alla lettura di libri che raggiungono in brevissismo tempo e del tutto inaspettatamente, numeri da best seller (50 ristampe e oltre 600.000 copie vendute in Francia, con primo posto in classifica vendite per trenta settimane), probabilmente perché, il mio cervello, con molta presunzione, elabora il successo non come conseguenza di bravura ed eccellenza, ma, prima di tutto, come esempio di appiattimento al gusto di massa, al quale, il mio cervello, sempre inconsciamente, attribuisce un valore sufficientemente basso e mediocre, da non meritare attenzione.
Premesse a parte, questa volta ho deciso di andare oltre il pregiudizio e quindi, anche solo per non buttar via un regalo, di riservare commenti solo alla fine.
Prima però un’altra premessa: chi sono io per giudicare se un libro è bello o brutto, scritto bene o male, banale o innovativo? Nessuno, davvero, solo una lettrice, che per quanto appassionata, può solamente limitarsi ad esprime un gusto, una personale emozione, piuttosto che un giudizio. Ecco questo è quello che farò, senza nessuna verità da rivelare.
“L’eleganza del riccio” è un libro che parte molto bene, già nel titolo, che oltre ad essere d’effetto, sintetizza in poche parole l’intera storia. Prosegue ancora meglio, sempre secondo il mio gusto, con la scelta delle due voci narranti, in prima persona, che si alternano, e con una costruzione estremamente scorrevole fatta di brevissimi capitoli (adoro sapere quanto dista la fine). Per non parlare della fluidità che la Barbery riesce a dare alla sua scrittura, mai banale. La trama poi, inevitabilmente coinvolgente per i “drammi” esistenziali delle due protagoniste, è presto detta. In un condominio della Parigi ricca, la portinaia, e la figlia dodicenne, di un famoso uomo politico, raccontano, come in un diario che si intreccia, la loro esistenza, o più precisamente i non convenzionali modi con cui hanno scelto di condurla. La prima cercando di conformarsi completamente all’idea che gli altri hanno di lei in quanto portinaia, ignorante e gretta, quando, al contrario, è una donna dalle passioni alte, la letteratura, la filosofia, l’arte. La seconda, all’apparenza mediocre ed imbevuta di sottocultura adolescenziale, è invece scaltra ed intelligente, molto più di quello che potrebbe far pensare la sua giovane età, tanto da aver già capito che la vita è una truffa, che le speranze per il futuro sono solo inutili illusioni e che non c’è niente per cui valga la pena vivere, maturando la decisione di volersi togliere la vita al compimento del suo tredicesimo anno. Tutto sembra scorrere liscio, fino all’arrivo di un nuovo inquilino, anziano magnate giapponese in pensione, che con la sua particolare sagacia e sensibilità, riuscirà a scoprire l’inganno delle protagoniste, disintegrandone così equilibri, convinzioni ed obiettivi.
Così riassunto tutto torna, tutto sembra tendere alla perfezione, eppure nella lettura qualcosa stona. La portinaia, che sappiamo provenire da una poverissima famiglia di contadini, analfabeti ed ignoranti, segnati da un destino avverso, della quale si intuisce che non abbia studiato e che non ha mai avuto una sviluppata vita sociale, cita Tolstoj, Dostoevskij e Marx, guarda film del regista giapponese Ozu, ai più sconosciuti, e discerne su Kant ed Husserl. Pur con tutta la passione, intelligenza e sensibilità che possiamo riconoscere nella nostra protagonista, alla quale ci si affeziona velocemente, è davvero troppa la sua familiarità e dimestichezza con la letteratura e la filosofia. Stessa cosa vale per la dodicenne suicida, che proprio perché dodicenne (praticamente nemmeno entrata nei tumulti adolescenziali), sembra un po’ inverosimile abbia già una visione così chiara, decisamente adulta, della vita e che quest’ultima l’abbia già stancata così tanto da ritenere inutile prolungarla ancora. Nel frattempo poi non fa quello che fanno tutte le sue coetanee, ma si diletta a scrivere “haiku”, cioè antichi componimenti poetici giapponesi composti da tre versi per diciassette sillabe complessive.
Questo è davvero troppo. Sono troppe le pagine piene zeppe di citazioni colte e di profonde riflessioni, così poco credibili se fatte dalle nostre due protagoniste, quanto invece adeguate se dette dall’autrice (per l’appunto docente di filosofia). E’ questo che mi disturba, per non dire mi irrita, questo sfoggio di sapere che sporca il romanzo, leggero, delicato ed elegante, facendolo sembrare un trattato filosofico venuto male, perché in bocca a narratori, in tal senso, poco autorevoli. Penso proprio che con qualche pagina in meno, e con qualche lezioni di vita in mento, il racconto ne avrebbe giovato.

