Il Commissario Bordelli

Ormai dovevo colmare la mia tremenda lacuna e correre in biblioteca a richiedere una copia del primo libro scritto sulle avventure del commissario Bordelli, il fantastico protagonista nato dalla penna del fiorentino Marco Vichi. E un po’ perchè è sacrosanto e giusto dare un colpo al cerchio e uno alla botta, avendo ormai da anni decantato le doti del pisano Malvaldi ed eletto a uno dei miei preferiti in assoluto, era veramente doveroso prestare attenzione all’arguto fiorentino. In fondo CasaSquirters è in una terra di mezzo… Perciò,queste le mie impressioni su

Il Commissario Bordelli
di Marco Vichi, 2002

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Come vi accennavo prima, si tratta del primo libro scritto sui gialli di Bordelli, e in questo primo volume ci sono veramente tutti gli elementi per affezionarsi al protagonista, alla sua storia e al suo spirito deduttivo, alla sua Firenze e ai suoi abitanti. Sì perchè qui Firenze la fa veramente da padrona, una Firenze del 1963, con le ferite ancora ben aperte dovute all’ultimo conflitto mondiale e certo ben diversa dalla Firenze dei giorni nostri. Una Firenze che son sicura tutti i fiorentini doc rimpiangono, quando ancora era a misura d’uomo e molto meno globalizzata di adesso, quando i ‘briachi di’ quartiere si conoscevano per nome e i quartieri erano come dei paesoni all’interno di un unico nucleo cittadino. Santo Spirito, San Frediano, il cuore della città, pulsante e ruspante…anche se lo sono ancora, ma allora lo erano un pochino di più.

Il-commissario-BordelliIn questa Firenze pre-Amici Miei e pre-Angeli del Fango risiede il Bordelli, un ex combattente del secondo conflitto mondiale diventato commissario di polizia. E come ogni commissario che si rispetti, ha un aiutante e un caso da risolvere: un presunto omicidio, da appurare e poi da trovarne il responsabile. E mentre scorrono le indagini e ogni piccolo pezzo del puzzle comincia a mettersi al posto giusto, ecco che scopriamo qualcosa di Bordelli. Sappiamo che Bordelli ha un’amica prostituta al quale annaffia le piante mentre è via in villeggiatura, un cugino bisbetico che ama punzecchiare, un amico ex scassinatore ex carcerato che cucina divinamente e tanti tanti ricordi della sua vita passata.

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“Si, però qual è il bene e qual è il male? Se un uomo ruba per mangiare, è bene o male? E se un poliziotto lo becca a rubare e invece di arrestarlo gli dà dei soldi, è giusto o sbagliato?”
“Il bene, io credo, è tutto ciò che mette la vita avanti a tutto. Il male è ogni cosa contraria a questa asserzione”

 

Lo amerete. E lo amerete così tanto da dover avere già sotto mano una copia del secondo libro a lui dedicato.
In fondo, se c’è una cosa bella nell’attendere a leggere un libro, è che non si deve poi bramare a lungo l’uscita del secondo.

Buona Lettura!

…e mentre iniziate la lettura, lasciatevi cullare dallo sguardo di un altro fiorentino doc sulla sua bella città…

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Sofia si Veste Sempre di Nero

di Paolo Cognetti

articoli_img_1418“Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista.”

Ho cominciato questa recensione con le parole dell’autore stesso, perché chi meglio può descrivere un libro, se non chi l’ha pensato, scritto, amato?

Sofia si veste sempre di nero è uno dei testi più belli che abbia letto in questi ultimi mesi. Paolo Cognetti riesce a dare alla propria scrittura un’intensità ed una precisione straordinarie. Uno stile asciutto ma allo stesso tempo quasi poetico, uno scavare nel profondo dell’animo umano, con originalità e passione, che di rado ho ritrovato in altri libri.

Non da meno è la struttura del libro dove come in un mosaico i racconti si intrecciano senza un ordine cronologico preciso, ma che alla fine sembra proprio l’unico ordine possibile.

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Anche in questo caso non ci sono parole migliori per spiegarlo che quelle dello stesso Cognetti:

“Dunque avrei cambiato stile da un racconto all’altro, saltato tra personaggi ed epoche, evitato di seguire la vita di Sofia in ordine cronologico, come se la guardassi accadere, ma in una specie di ordine emotivo, come se la ricordassi. Avrei lasciato buchi e contraddizioni, come quando provi a ricostruire un vaso andato in cocci e scopri che i bordi di due frammenti non corrispondono più. Avrei voluto sottrarmi all’obbligo di mettere i racconti in fila, trovare il modo di farli esistere simultaneamente, dare al lettore la libertà di stabilire un ordine suo, seguendo la propria indole, scovando legami che magari non ho visto neanch’io”

E di tutto questo lavoro, e dello spazio che gli viene lasciato, il lettore sentitamente ringrazia!

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Il Veleno dell’Oleandro

Oggi volevo riportarvi un po’ col naso nei libri, recensendovi uno degli ultimi libri presi in prestito in biblioteca. L’autrice la conoscevamo già, infatti avevamo deciso tempo fa di parlarvi del suo La Cucina del Buon Gusto, dove l’autrice parlava di cibo, tradizione, cucina e ricordi legati alle ricette della sua famiglia. Deliziate dalla sua prosa, ci siamo lasciate conquistare dalla bella copertina floreale del suo ultimo libro, uscito all’inizio del 2013 e dal titolo Il Veleno dell’Oleandro.

Nicoletta Agnello Hornby

Nicoletta Agnello Hornby

Le vicende si svolgono a Pedrara, sui monti Iblei, in Sicilia. Mara decide di raggiungere la sorella e il cognato nella vecchia residenza estiva di famiglia, dove da qualche mese risiede anche la loro anziana zia, sorella della madre e sposa in seconda del padre di Mara e Giulia. Anna sta male, sebbene sia accudita da un collaboratore di famiglia, Bede, e la sua famiglia intera. Bede e i suoi fratelli sono custodi e gestori delle serre di fragole della proprietà della famiglia Carpinteri, Villa Pedrara, antica residenza signorile a due passi da splendidi picchi sul mare, fiorita e allo stesso tempo oscura.

simonetta-copIl tutto si svolge nelle ultime settimane di vita dell’anziana zia Anna (ve lo dico ora, tanto si capisce dalla prima pagina, quindi non è che vi svelo sto gran mistero…i misteri son ben altri!), mentre le figliastre Giulia e Mara, e il figlio Luigi, sono alla disperata ricerca dei gioielli di famiglia, l’arzilla e fedifraga nonna Mara dai gran porta-gioie. Attraverso la narrazione di Mara e di Bede, di cui ho apprezzato molto il poterne vedere ben distinti i punti di vista, si scoprono i componenti della famiglia Carpinteri, ognuno coi propri desideri, debolezze, dipendenze. Una famiglia che ruota intorno a Bede, legato a doppio filo alla famiglia e alle sue generazioni, da Tommaso, il padre di Mara, Giulia e Luigi, intellettuale, cosmopolita, eccentrico, libertino; a Anna, gentile compagna; a Thomas, giovane figlio di Luigi, dalla bellezza manniana. Un legame personale ma anche materiale, dato che Bede è coinvolto nell’amministrazione della tenuta di Pedrara, dai campi alle serre, dal torrente alle scogliere. “Sappiate tutti che, se doveste rimanere a Pedrara, lo fareste a vostro rischio“, una frase che minaccia i figli corsi al capezzale di Anna. I parenti non sono graditi.

9216086775_cbce71504f_mSi erano fatti una promessa, Bede e Anna, che sarebbero rimasti insieme fino alla fine. E sarebbero giunti alla fine insieme.

Un libro che mi è piaciuto molto, una bellissima storia che ho in testa mista fra immagini di scogliere al tramonto, oleandri fioriti a primavera, la forza delle onde sulle scogliere, le antiche residenze signorili siciliane, con le finestrone e la tappezzeria vintage, gli affreschi e le corti all’ombra, le maioliche, i colori della terra mediterranea.

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Vi lascio con un paio di frasi…

“Mia madre mi insegnò a crearmi una felicità che nessuno potesse distruggere: i pensieri del cassetto del cuore, pronti a essere tirati furoi per confortarmi. “Pensa alle cose belle e interessanti che hai visto ieri e avant’ieri, e ricorda. Se non te ne vengono, guardati intorno e cerca una cosa che ti fa sorridere”.

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Autosufficienza - Manuale Pratico per fare da sé…

Ogni tanto mi lascio rapire da testi fuori dalla narrativa internazionale, manuali per questo e quell’altro, saggistica e analisi varie del mondo circostante. Questa volta in biblioteca, dopo esser stata tentata un paio di mesi fa (al primo scozzo vinse la Bignardi col suo ultimo libro recensito qualche settimana fa), ho deciso che dovevo portarmelo a casa! Un titolo dalla carica e ispirazione…

AutoSufficienza
Manuale pratico per fare da sé ed essere indipendenti dal sistema

a cura di Massimo Acanfora e Ilaria Sensana - gennaio 2013

Do-It-YourselfIn periodi tristi e cupi della nostra economia e sistema sociale, a chi scrive un testo del genere dovrebbe esser consegnata la medaglia al valore del think positive: un po’ ci metti i prezzi, poi gli aumenti di Iva e tasse varie, precarietà sul lavoro e una traballante speranza nel futuro … insomma, tutte cose che dovrebbero farci riflettere un pochino anziché affogare i dispiaceri nello shopping (anche se aiuterebbe eccome, ma come dice l’antica saggezza toscana senza lilleri e un si lallera). Ecco il motivo primo di un manuale del genere: l’ispirarsi all’autosufficienza, il fare a meno, il far da sé nuovi e vecchi modi di gestire le risorse a nostra disposizione. Sì perché a volte la soluzione a un problema è a un palmo dal nostro naso e manco ce ne accorgiamo. Questo libro infatti è un invito a percorrere dei piccoli passi; non immaginatevi scelte estreme come il vivere da asceta in una grotta ai confini con la civiltà, niente di tutto questo. Anzi, c’è anche una bella postilla intitolata: Sulla Salute Non Si Scherza. Della serie, si taglia quel che si può tagliare, certo non tutto. Insomma, qui autosufficienza sta per cambiare la propria percezione di benessere, poter vivere bene senza esser schiavi di oggetti o status symbols, cercando di riportare l’attenzione su altre forme di ricchezza alternativa a quella materiale. Qui si parla di ricchezze collettive, scelte alimentari sostenibili…in poche parole, rimboccarsi le maniche, think global, act local. A partire dal proprio, minuscolo posto nel mondo.

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Un testo del genere non posso certo stare a riassumervelo, dato che secondo me ognuno dovrebbe prenderselo e sottolinearselo, ricavarne degli spunti preziosi e farseli suoi, per poi passare il testimone; quindi mi limiterò a trascriverne alcuni passi, prendetelo come se fosse un amuse-bouche ad aprir le danze di un pasto luculliano!

“Scrive Hermann Hesse: < la solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri>. Fare da soli non significa però essere da soli. Il concetto di indipendenza che abbiamo richiamato non ci porta al solipsismo, ma alla collaborazione creativa e allo scambio di conoscenze. Il saper fare manuale offre vantaggi enormi: non dover richiedere all’esperto di turno,e quindi risparmiare denaro, non dipendere dalla stupidità di macchinari che consumano energie e risorse e avere l’intima consapevolezza di avere tra le mani (letteralmente) un tesoro di conoscenza. Il mito anglosassone del DIY, do it yourself, nasce e si sviluppa così”

(non è quello che vi diciamo sempre noi? Aggiungendoci pure che “una cosa fatta a mano è una cosa fatta col cuore”)

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“il Mahatma Gandhi diceva< chi non usa le mani non ha musica nella sua vita>. Le mani e il pollice opponibile non servono solo a fare il tipico gesto del tutto va bene. Sono state il più potente strumento di evoluzione che ci ha differenziato dagli altri primati. Le mani sono un’energia rinnovabile infinita.”

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“Henry D. Thoreau, in Walden ovvero vita nei boschi, scriveva:<Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno>. Essere indipendenti significa quindi anche poter fare a meno, soprattutto nel campo dei beni materiali, che la nostra società indica come parametri e misura del benessere e a volte, del prestigio individuali.”

…ve ne potrei riportare a bizzeffe di pillole ispiranti del genere, ma rischio di ricopiare tutto il libro prima ancora di accorgermene…e voi invece non dovete perdervelo. Buona lettura!

Solo l’ultima citazione, sempre da Gandhi

Devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

Che sia d’ispirazione a tutti!

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I Ragazzi Burgess

Qualche giorno fa mi sono diretta verso la nostra biblioteca comunale e mi sono lasciata rapire dalle dichiarazioni di rilasciate sulla quarta di questo libro che tosto mi appresto a recensirvi, dato che alcune fra le testate più quotate si son spese in parole del tipo…” I Ragazzi Burgess hanno la stessa ambizione di Pastorale Americana di Philip Roth, ma con toni più intimi-Time-; “La prosa di Elizabeth Strout procede grazie a momenti di impressionante chiarezza poetica“- The New Yorker“. Ora, come lasciare lì sullo scaffale un libro uscito fresco fresco nei primi mesi del 2013 paragonato addirittura al Pulitzer per la narrativa del ’98?

images…e devo dire, che ho fatto un gran bene, anzi…oltre a paragonarlo alla visione della Pastorale, toh alzo e rilancio e vi dico a mio modestissimo parere di esperta di letteratura anglo-americana dismessa, mi ricorda a tratti anche quel capolavoro di Faulkner dal titolo originale The Sound and the Fury, conosciuto ai lettori italiani col titolo di L’Urlo e il Furore, forse una delle opere più complesse da affrontare, certo nella bibliografia di Faulkner. Un libro che in comune con l’opera della Strout ha il ruolo centrale della famiglia dentro e anche oltre la società americana. Fotografata rispettivamente negli anni ’20 e, per la Strout, nei giorni nostri. Non voglio però dilungarmi su Faulkner, non ne ho più la facoltà da quando ho chiuso il quaderno degli appunti all’indomani del mio esame del 2007…ma nonostante sia stato uno dei testi più complessi, è senza dubbio uno di quelli che ancora mi porto in testa vividamente. Faulkner narrava di questa famiglia un tempo ricca proprietaria terriera del Sud, sudista e quindi per giunta schiavista, ridotta all’orlo del fallimento e della povertà in seguito alla disfatta sudista conclusiva di quella così famosa Guerra di Secessione (sapete no quella di Lincoln, quella del Gettysburg Address…quella di “dopo tutto, domani è un altro giorno” e anche di “FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO?”), che si spense nel 1865 abolendo definitivamente la schiavitù in tutti gli stati oggi rinchiusi sotto la dicitura di Usa. Un libro che narra in quattro parti dell’America di quegli anni e di quanto era riuscita a evolversi, ogni parte con un punto di vista diverso, ovvero i quattro fratelli di cui è composta la protagonista famiglia Compson.

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Anche I ragazzi Burgess è diviso in quattro parti, anche se qui non si coinvolgono più punti di vista, ma ci vengono raccontati gli eventi che ruotano intorno ai tre fratelli Burgess, ovvero Jim e i gemelli Bob e Susan. Ci troviamo a conoscere i tre fratelli già cresciuti, e introdotti da una voce fuori campo, quella di una loro vicina di casa, che durante i pranzi con l’anziana madre nel piccolo paese di Shirley Falls nel Maine, ricorda i momenti della sua adolescenza, quando viveva ancora lì vicino ai suoi coetanei Burgess. Noi lettori, attraverso la sua breve introduzione, ci lasciamo coinvolgere dalla narrazione, scoprendo cosa sono diventati i tre ragazzi, “ora” che hanno passato la cinquantina. Jim è un avvocato di successo, che vive a New York con la moglie e tre figli cresciuti. Bob, una fotocopia sbiadita del fratello Jim, un matrimonio fallito, autostima ridotta a zero e rassegnazione ai massimi livelli. Mentre Susan, l’unica dei fratelli ancora a vivere a Shirley Falls, è rimasta sola col figlio adolescente dopo che il marito se l’è data a gambe per scappare in Svezia.

I fratelli son chiamati in soccorso perchè Zach, figlio di Susan, in preda a un raptus di cazzata adolescenziale, decide una sera di fare una goliardata andando a gettare una testa di maiale congelato dentro la sala del culto musulmano di Shirley Falls, frequentata dalla più che presente e sempre più allargata comunità somala del paese. Quello che succede dopo, potete immaginarvelo: iniziative di solidarietà verso la comunità somala, arresti, cauzioni, discorsi dal pulpito, quelle coi paroloni grossi, smanettamenti politici, e chi più ne ha più ne metta. Jim e Bob corrono in soccorso della sorella anche per potersi districare fra le noi burocratiche e le pratiche di ufficio, per formare la difesa al nipote davanti alla corte e per ritrovarsi, fratelli. Fratelli uniti da una disgrazia familiare durante la loro infanzia, che li ha fatti crescere senza padre. La vita e le sue dure prove faranno risvegliare antichi e allo stesso tempo odierni rimorsi, sfumature caratteriali e viaggi introspettivi nella relazione fra i tre.

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Un libro in cui si legge della dimensione intima della famiglia e dei singoli personaggi, nel suo contesto sociale: l’America di oggi, ancora una volta terra di rifugio per alcuni, terra da difendere da altri. Tutti ancora saldamente attaccati al concetto antico ma sempre contemporaneo del sogno americano. Uno scontro di visioni sociali diverse: una comunità basata sulla condivisione una sull’individualismo, sempre però convinta che ognuno nessuno escluso abbia la facoltà per potersi elevare socialmente con l’impegno e la dedizione al proprio obiettivo (che poi, a parole spicciole, sarebbe uno dei valori più alti a cui fa capo la società americana, proprio perché considera gli individui come sulla stessa linea di partenza ).

Jim: “senti questa: solo il 29% degli americani ritiene che lo Stato abbia qualche responsabilità nei riguardi dei poveri.”
Bob: “Lo so, è incredibile vero?”
Jim: “e solo il 32% ritiene che il successo nella vita sia determinato da condizioni al di fuori del nostro controllo. In Germania lo pensa il 68%.”
Zach:”Non capisco. E’ una cosa buona o cattiva?”
Jim: “E’ una cosa americana. Mangia quei cereali.”

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Vi lascio con l’ultima, perla di saggezza firmata Strout…

“Ed era troppo tardi.
Nessuno vuole mai credere che sia troppo tardi, ma lo sta sempre diventando.
E poi lo è.”

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Baratto del Libro @ Meethink

Buongiorno Squirtuzzelli adorati,
oggi vi segnaliamo un evento di cui siamo venute a conoscenza un paio di giorni fa e a cui vi invitiamo calorosamente a partecipare, oh voi gentaglia di zona!

A partire da oggi, 24 settembre e anche il 25 si terrà presso il Social Park di Castelfiorentino in Viale Roosevelt una splendida e intelligente iniziativa all’interno del palinsesto del festival ormai celebrissimo, il Meethink (clicca qui per info), che si tiene ogni anno presso questo parco urbano a cura del Kappaerre, un’associazione di promozione sociale che dal 2001 opera in campo educativo e sociale sia in ambiente scolastico che extra scolastico e che affonda le sue radici nell’educazione non formale.

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L’evento in questione prevede il baratto del libro: come funziona? Niente di più semplice, un libro che va, uno che viene: ne porti 5? Li baratterai con altri 5! Il baratto si svolgerà per tutto il pomeriggio dalle 16.30 alle 19.00 per tutti e due i giorni di martedì e mercoledì. No money transaction. No tax applied.

Quante volte ci avete sentito invitarvi a trovare dei modi alternativi di cultura a costo zero? Beh questo è un ottimo esempio: biblioteche comunali, book crossings, baratti del libro sono infatti degli ottimi esempi per cercare qualche lettura interessante o il classico che vi mancava. Geniali alternative a un libro ricevuto e non gradito, il baratto vi fornisce la possibilità di cedere i libri a cui per qualche motivo tenete meno … e comunque a far girare la cultura!

Perciò, non perdete l’occasione! Mettete qualche vostro libro in una borsa, e venite a sbirciare fra i titoli degli altri! Noi Squirters ci andiamo, chissà che non scegliate un libro nostro…

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Il Contenuto del Silenzio

Buongiorno Squirtini,
a chiusura della seconda settimana del libro in quel di CasaSquirters, e per non perdere le buone abitudini acquisite negli ultimi tempi, eccoci a segnalarvi un’altra interessante lettura!
Giusto per non essere ripetiva, ho scelto in biblioteca un libro di cui avevo sentito parlare sul web tempo fa, mentre alla continua ricerca di notizie sulla mia isola preferita scovavo delle fotografie ravvicinate del luogo più sinistro che sia mai esistito in quel paradiso canarico che amo tanto e di cui certo non faccio mistero: la spettrale casa Winter.

Ora, dovrei spiegarvi i mille retroscena e misteri che ruotano attorno a questa insolita villa lussuosa di inizio secolo scorso, situata praticamente nel mezzo al niente nel luogo più recondito di Fuerteventura. Una cosa che alla sua vista, ti si accappona la pelle. E non ci è voluto nemmeno il talento sensitivo della maga Marisa che è in me per capire che c’era qualcosa di strano nel vedere un castello con tanto di torretta, in stile fortino Nido delle Aquile tanto caro all’Adolf immondo (se la storia di maga Marisa ignorate, ve la racconterò a tempo e comodo, ma non ora. Come dice il Lucarelli, questa è un’altra storia). E’ palese.

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Cercherò di essere il più breve possibile nel dirvi che cosa si sa e cosa si sospetta della residenza Winter, che prende il nome da un signore crucco dalle credenziali lunghissime, intramato sotto vari livelli con il partito nazista e Adolfino stesso, con i servizi segreti nazisti e con le fuitine dei tempi successivi alla caduta dell’impero nazista. Insomma, una personcina di tutto rispetto, che a un certo punto della storia, a cavallo della fine del secondo conflitto mondiale, decide di comprare e far recintare tutta la penisola di Jandìa, vale a dire la parte finale dell’isola, tutte le sue pecore e tutti i suoi sassi. La acquista da una famiglia nobile di Lanzarote, che al tempo manco se la filava quella penisola paradisiaca, tanto era arida e di difficile raggiungimento. Insomma, il signor Gustavo Inverno, così il suo nome, decise di perlustrarla tutta e di costruire questa magione, a quanto pare a scopo “vacanziero”, nel posto più lontano dalla già di per sé scarsissima civiltà isolana dell’epoca. Sfrattò tutti i mezzadri nei dintorni di quella che sarebbe diventata Casa Winter, e cominciò a costruire proprio davanti all’oceano aperto. Che se ci penso adesso, mi vengono i brividi. Stare lì, d’inverno, nella tempesta, davanti all’immensità atlantica, con nessuna luce a darti conforto, niente se non due piante grasse per ettaro, per chilometri e chilometri. La paura. Una paura così che nemmeno..

gustavComunque, il nostro Gustavo pensa proprio a tutto, al generatore per la corrente, alla cisterna per l’acqua, vitale in questa zona così secca; ci costruisce anche una pista di atterraggio e soprattutto, si leva dalle scatole tutti gli occhi indiscreti nel raggio di chilometri. A visitarla oggi, perchè dice che ci sono delle escursioni private fatte per lo più per i tedeschi contemporanei in visita sull’isola, qualcosa che non ti torna ci deve pur essere: due domandine te le fai, via. Si è sempre parlato a lungo di questa insolita e raccapricciante dimora dispersa nel nulla, si dice infatti che i sotterranei siano murati ma molto ampi, che fosse stata eretta su delle cavità naturali e che dai sotterranei si arrivi a delle grotte, dove avrebbero attraccato i sottomarini nazisti in rifornimento.

foto scoglio di crucco in gita a Casa Winter, dove ci hanno detto ci era scappato il nonno Hans.

foto scoglio di crucco in gita a Casa Winter, dove ci hanno detto ci era scappato il nonno Hans.

Si dice anche che sia servita come sosta ai criminali nazisti in fuga dal giudizio e dalle condanne del processone di Norimberga, in attesa di documenti falsi per poter poi salpare ed espatriare nei paesi sudamericani. La struttura interna poi pare sia molto sospetta, che ci siano delle stanze troppo piccole per essere delle camere per qualsiasi uso se non per la reclusione…o chissà, forse un laboratorio. Insomma, su questi sospetti probabilmente non sarà mai trovato fondamento, come infatti si afferma ne Il Contenuto del Silenzio.

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Il libro esce dalla penna di Lucìa Etxebarrìa nel 2011, una scrittrice di Madrid già resa celebre dal suo Amore, prozac e altre curiosità, ed è in parte ambientato a Fuerteventura, ma comunque sempre nell’arcipelago canario. Gabriel, quarantenne londinese a un passo dal matrimonio, viene contattato da Helena, amica e convivente della sorella Cordelia, di cui Gabriel non ha più notizie da dieci anni in seguito a una rottura. Helena lo allarma comunicandogli che la sorella è scomparsa, e che non ha più avuto contatti con nessuno da un paio di anni, immediatamente dopo esser entrata a far parte di una comunità, che poi tanto comunità non è, anzi una setta vera e propria. Gabriel sapeva ce la sorella risiedeva a Tenerife, ma certo non sospettava che se ne fossero perse le tracce. Decide di partire per l’isola e comincia quindi un percorso di ricerca insieme ad Helena, che toccherà storie personali, storie di luoghi, segreti, confessioni e amori impossibili. Il tutto incorniciato dalla bellezza delle Canarie e dal gusto thriller.

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Da non perdere…

ps: io non so fino a che livello credo ai fitti ricami disegnati intorno a questa struttura spettrale, vi posso solo dire questo. Che sull’origine della casa mi sono documentata dopo esserci stata, ma che la prima plausibile cosa che mi è lampeggiata nel cervello è stata proprio che fosse servita come nascondiglio per qualche criminale di guerra, e considerato che ci sono da quasi 50 anni comunità di crucchi che coattamente invadono le coste di Jandìa, mi era davvero venuto da pensare che fossero i pensionati di oggi i cui nonni avevan loro raccontato, da bambini, di quel paradiso terrestre sperduto nell’Atlantico. E glielo raccontavano perchè era lì che nonno era andato ad vivere. Nonnino Eichmann. Comunque una cosa è certa…qui crucco c’è passato…

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Passione Vintage

…e per chiudere in bellezza e tutto stile la seconda settimana del libro in quel di CasaSquirters, ecco a voi un libro di cui avevamo già parlato in una delle ultime puntata in radio prima della chiusura estiva ( e se siete rimasti indietro, correte ai ripari cliccando qui, perchè manca poco all’inizio della nostra terza stagione radiofonica!), e che abbiamo amato tanto per una marea di motivi…il primo su tutti, l’incommensurabile passione che abbiamo anche noi per il vintage!

Passione Vintage

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“Ho sempre provato un senso di rinnovamento più forte all’inizio di settembre che a gennaio. Forse, pensai mentre attraversavo Tranquil Vale, è perché settembre è spesso fresco e limpido dopo l’umidità di agosto”

Mi aggiravo fra gli espositori nella libreria dell’aeroporto, avrebbero chiamato il mio volo a momenti e stavo cercando un libro in spagnolo che potesse, nei mesi successivi, rinfrescarmi quelle poche nozioni linguistiche che avevo appreso in ferie, quando vengo colpita dalla copertina: un delizioso abito rosa di taglio anni ’50 con una spilla sul petto, e uno sfondo di carta da parati color carta zucchero. Un titolo che voleva dire “prendimi, prendimi“. Non è stato shopping compulsivo, si è trattato di trovare quasi letteralmente, la scarpa adatta al mio piede: la passione tipicamente da squirter per il vintage. Vintage, tutto vintage… a tutto vintage! Un mondo di tessuti e tagli diversi, gli stili dei vari decenni e gli accessori, l’oggettistica, gli apparecchi radiofonici! Tutto il nostro bislacco mondo da squirt ruota intorno al vintage…e non potevo non farmi conquistare da questo libro.

La versione che ho io ha su il titolo, ovvio, in spagnolo, tradotto come in italiano Una Pasiòn Vintage, mentre il titolo originale, più fedelmente tradotto anche in francese, è A Vintage Affair - Un Amour Vintage. E ovviamente, ne sono uscite varie versioni della copertina. Quella italiana devo dire che mi deludeva un tantinello di più…forse anche per la frase della Kinsella in copertina. Forse forse, avessi visto questa copertina per prima, non l’avrei nemmeno comprato…e me ne sarei un po’ pentita, dato che qui comunque non si parla di shopping addiction. Di moda e di vestiti sì, ma in chiave un po’ diversa.

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Passione Vintage è la storia di Phoebe e della sua passione per il vintage, una passione che l’ha portata a trovare una strada nella vita e in tutti i suoi settori. Phoebe, per il vintage e grazie al vintage, riesce a fare della sua passione un lavoro, lasciando il posto che aveva alla famosa casa di aste Sotheby’s e aprendo il suo spazio nel mondo del vintage: un negozietto di quelli che non gli puoi dire di no, che si chiama Village Vintage. Ed è in questo negozietto che la protagonista riesce finalmente a fare un percorso tutto suo, cercando di redimere il suo senso di colpa verso la cara amica Emma, che è venuta a mancarle poco prima. Emma si è suicidata, e come tutti i suicidi questo gesto lascia un’infinità di interrogativi che nessuno saprà colmare, se non una lunga introspezione. Ed è proprio fra i tagli classici, i tessuti, le storie delle clienti del suo piccolo paradiso vintage, che Phoebe finalmente riesce a ritrovarsi. Soprattutto grazie al prezioso incontro con Therese, un’anziana signora che decide per cause di forza maggiore di vendere quello che, a leggerlo, pare proprio sia un vero e proprio arsenale vintage: un guardaroba da sogno, ricco di tutto quello che ogni sbarbina vintage addicted come solo noi possa mai sognare.

Diciamoci la verità, qui non si tratta di leggere un classicone di narrativa o di viaggi nei più reconditi spazi della mente; non si tratta nemmeno di chissà quale scrittura sperimentale. Però, è un testo che si lascia leggere ben volentieri e che non ha pretese, ma vi farà sognare anche soltanto per il modo in cui vengono descritti i capi vintage, ad uno ad uno. Leggi e senti il fruscìo leggero delle dita che scorrono su un cappottino , nel naso senti la soffitta e i profumi della nonna. E in più, c’è quel rispetto per un capo di seconda mano e c’è la voglia di fargli vivere una seconda vita. Ma soprattutto, c’è quel sentimento amore verso quel capo vintage piuttosto che un altro, c’è la curiosità e il fantasticare su chi l’avesse posseduto, su chi l’avesse mai cucito o anche solo pensato.

Che poi alla fine, è quello che mi chiedo anch’io mentre mi aggiro per mercatini o negozietti vintage.

Chiudo con un aneddoto carino che mi è capitato di vivere tempo fa: Amsterdam 2009, entriamo in un negozio vintage io e le SquirtViola e SquirtMammaPunk. Decido di comprare una borse di pelle chiara a tracolla, semplice. Un chicchino davvero, un po’ alla The Bridge ma ovviamente senza marca (e ciò non la rende certo di più baso valore, soprattutto per quel che ne viene fuori dopo). La porto a casa, la apro e ci trovo dentro un bigliettino di auguri fatto a mano con su scritto “Mama - 11 august 1984” insieme a un fiorellino colorato, nella tasca interna, piccolino e fatto coi pennarelli. Carino…e coincidenza sulle coincidenze, è pure la data di nascita della nostra Squirt&Soda SquirtLetizia

…quando si dice squirt is pure vintage!!!

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David Foster Wallace

Oggi ricorre l’anniversario della morte di David Foster Wallace, scrittore, filosofo e saggista americano, definito dalla critica “la mente migliore della sua generazione”, quella, per capirsi, di chi è stato adolescente a cavallo degli anni 70 e 80.

Il 12 settembre 2008 Wallace fu trovato morto, impiccato, nella sua abitazione.

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Vorrei ricordarlo attraverso alcuni suoi aforismi e citazioni

E con questo non sto dicendo che la televisione sia volgare e stupida perché le persone che compongono il pubblico sono volgari e stupide. La televisione è ciò che è per il semplice motivo che la gente tende ad assomigliarsi terribilmente proprio nei suoi interessi volgari, morbosi e stupidi, e a essere estremamente diversa per quanto riguarda gli interessi raffinati, estetici e nobili.
(Aforismi)

La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.
(Aforismi)

Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido?

Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana
(A Conversation with David Foster Wallace)

Mi piace segnalare poi il sito dell’Archivio David Foster Wallace Italia http://archivio-dfw.tumblr.com/ ed in particolare un pezzo anonimo che da anni si trova nel sito della Granada House, casa di recupero dove Wallace soggiornò per sei mesi e che l’Archivio si è impegnato a tradurre e rendere disponibile in Italia. Per quanto probabilmente non sarà mai possibile attribuire ufficialmente questo testo a Wallace, tutte le coincidenze di date ed eventi fa pensare che sia veramente stato lui a scriverlo .

http://archivio-dfw.tumblr.com/post/61006908673/la-storia-di-un-ex-residente-un-probabile-inedito

Consigli di lettura:
La scopa del sistema (romanzo d’esordio) Fandango 1999 ed Einaudi 2008
Infinite Jest Fandango 2000 ed Einaudi 2006
La Ragazza dai capelli strani (raccolta di racconti) Einaudi 1990 e Minimum Fax 2003 e 2008

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Just Another Erotic Sagra

…questa non è una vera e propria recensione, perchè il libro non l’abbiamo ancora letto ( non lo abbiamo voluto leggere), ma essendo venute a conoscenza dell’esistenza di questa nuova autrice, abbiamo voluto intanto segnalarvi i titoli perché…eh beh, il perché tosto vi delucideremo!

Io ti guardo
Io ti sento
Io ti voglio

la nuova nuoverrima trilogia soft porn della letteratura italiana scritta niente popò di meno che da

Irene CAO

Dopo avervi buttato giù tre bei petardi così più un mortaretto spaccatimpani, dobbiamo fare una piccola premessa: è vero, detto proprio da noi stesse medesime, che non si dice mai “non mi piace senza aver prima assaggiato”, solo che questo mette veramente a dura prova la volontà del lettore, confessiamolo! Confesso di esser andata dal nostro spaccino di libri per vedere come tirava aria, quando mi trovo in pole position questo primo volume, Io ti guardo, che aveva in tutto e per tutto l’impaginazione tipica da trilogia di 50 Shades (e per chi non sapesse come la pensiamo a riguardo, leggetevi qui le recensioni della nostra SquirtViola, assai impavida lettrice). E ovviamente, dalle informazioni che ho potuto reperire dal web, il libro non tradirebbe le aspettative!

$(KGrHqIOKiwE308Cw)MEBN-NCJiw0g~~_35Leggo infatti che proprio in questi mesi estivi è uscita l’intera trilogia e che, come prevedibile, si tratta della solita boiata di romanzo femminile, della solita tipa sulla trentina, frustrata sessualmente se non affetta da zitellaggio precoce, che c’ha le sue beghe perché non si sa godere la vita, è stitica, gli si incarniscono le unghie e al lavoro non se la caga nessuno. Ah leggo che questa c’ha anche problemi col cibo, toh. Poi incontra uno, in questo caso chef, che la ribalda come un calzino in tutti i sensi possibili e immaginabili.

Ci metti una cornice trita e ri-trita, toh… leggo infatti che i tre volumi hanno altrettante ambientazioni diverse, uno a Venezia, uno a Roma e uno a Stromboli. Chiaro, perchè per lo meno son posti che anche all’estero son conosciuti, fusse che fusse che diventi famosa all’estero…

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Ora, volevo riportarvi uno stralcio di intervista all’autrice ed insegnarvi la dura ma soddisfacentissima pratica della parafrasi a modo mio, ovvero estrapola il vero significato di una frase; di seguito, la traduzione a parole povere in corsivo:

“Lo definirei un erotismo romantico, non mi piace definirmi post porno, nel primo volume Elena è una ragazza molto incerta, indecisa…”

(insomma c’ho messo dentro un po’ di sospiri ma anche parecchi pruriti intimi, queste etichette contano poco tanto è sempre la stessa zuppa, e nel primo volume Elena è una fiha diaccia, e anche stitica..)

“Inizia così per Elena una vita del tutto diversa rispetto al suo tenore usuale, ogni sera ha un amante diverso, va sempre in discoteca, fa una vita mondana (…) Dopo avere attraversato un numero abbastanza cospicuo di amanti che non le danno più piacere, Elena sarà vittima di un grave incidente, in seguito al quale Leonardo avrà un ruolo molto importante, fondamentale nel risveglio fisico e psicologico della protagonista.”

(per un certo periodo Elena comincia a darla a destra e a manca senza distinzione alcuna, tutte le sere la dona a uno diverso, va sempre fòri e se la tira di bruttissimo .. Dopo aver fatto il giro di tutti gli uomini dai 16 ai 70 anni di tutta la zona, tanto che alla fine non ne poteva più, Elena avrà un incidente e qui c’entra nel mezzo il figo di turno, che sarà importantissimo per la riabilitazione psicologica e soprattutto del basso ventre della solita zoccoletta repressa di turno)

Se poi volete saperla tutta, dall’intervista che ho letto (per la versione integrale cliccate qui) si trapela anche una certa presunzione della signorina CAO nel paragonarsi alle grandi firme femminili della letteratura mondiale di sempre, dalla Virginia Wolf alla Brontë passando per la signora delle Camelie di Dumas.

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LA TU FIA Cao s’atteggia

Lei, che di cognome fa Cao.

Io lo so che sei nata a Pordenone e che a casa tua Cao magari è un cognome comunissimo e privo di qualsivoglia doppio senso, ma qui oltre ad averne uno bello chiaro per lo meno in terra tuscia, si tratta oltretutto di un lemma dal suo cacofonico abbestia, anzi toh, CAOfonico…

…se poi ci metti per giunta tutto il resto oltre al nome dell’autore…

no, non credo proprio di leggerlo. Anche se non si dice “non mi piace senza aver prima assaggiato“, io personalmente se mi danno una polpetta di mòta (vale a dire fango) impanata di forfora, mi sento libera di dire

“che schifo. Ma anche No!

...e per giunta, si fa anche le foto scoglio rompendosi le caviglie

…e per giunta, si fa anche le foto scoglio rompendosi le caviglie

 

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Benvenuti e Bentornati in Casa Esposito

Ovvero “la saga” della famiglia camorrista più arruffona ed esilarante di tutta Napoli

Pino Imperatore, fondatore del laboratorio napoletano di scrittura comico creativa Achille Campanile, esordisce nelle librerie nel 2012 con il suo primo libro, Benvenuti in casa Esposito, seguito l’anno dopo da Bentornati in casa Esposito, testi indissolubilmente legati dei quali voglio parlarvi insieme.

Raccontano, come il titolo ci fa facilmente intuire, la storia degli Esposito, famiglia napoletana decisamente eccentrica, che abita nel caratteristico Rione Sanità quartire che ha dato i natali, niente popò di meno che, al grande Totò. In perfetto stile partenopeo, gli Esposito sono una famiglia decisamente allargata che va da Tonino Esposito, il capofamiglia, alla moglie Patrizia, la madre Manuela, la suocera Assunta, il suocero Gaetano, i due figli Tina e Genny e la cameriera ucraina Olga. Ah dimenticavo fanno parte della famiglia anche un coniglio, Gigetto e un’iguana, Sansone (Nel secondo libro si aggiungeranno poi una seconda iguana e l’amico fedele di Tonino Enzuccio).

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Tonino Esposito è figlio di un boss della camorra, ormai defunto, che era stato tra i più temuti della camorra. Vorrebbe ripercorrere le orme del padre, ma da lui non ha ereditato niente: né la successione alla guida del clan, né la sfrontatezza e il rispetto che hanno reso potente il genitore. Sotto la protezione del boss Pietro De Luca, succeduto al padre, Tonino si occupa, per lui, della riscossione del pizzo e di poche altre faccende, ma il più delle volte, anche in quelle più semplici riesce a combinare grandi casini che, soprattutto in Bentornati in casa Esposito, metteranno a rischio la sua vita e quella dei familiari.

In entrambi i libri Tonino fa molto più spesso piangere dal ridere che dalla paura, ma la comicità apparente con la quale Pino Imperatore ha connotato questo personaggio è spesso amara, così tanto da portare il lettore a provare pena, anche per uno che aspirerebbe ad essere un criminale.
A fare da sfondo alle peripezie della famiglia c’è infatti sempre l’ombra oscura della camorra, quella crudele, del boss De Luca e dei suo scagnozzi, che non lascia scampo, tanto alle loro vittime, quanto a loro stessi. Se però nel primo libro non si parla mai direttamente di crimini, morte e sangue versato, nel secondo Pino Imperatore entra invece dentro alle lotte tra faide, alle vendette che portano altra vendetta, alle uccisioni che portano altre uccisioni, facendo acquistare al testo una leggera caratterizzazione di denuncia.
Detto questo sia Benvenuti che Bentornati in casa Esposito non sono certamente libri sulla mafia, piuttosto una storia romanzata che si infila nelle maglie più interne della malavita, portandone fuori, con ironia e distacco, i quotidiani eccessi.

A questo proposito Pino Imperatore presentava così il suo primo libro:

“Benvenuti in casa Esposito non è un libro sulla camorra, ma dentro la camorra. Ne esplora la sua quotidianità. Ne offre una visione dal basso, non dall’alto.
 Certo, è un romanzo, e come tale va considerato. In alcune parti potrà sembrare eccessivo. Credetemi, non è così. Io non ho fatto altro che registrare e illustrare, mediante il formidabile strumento dell’ironia, fatti e personaggi che a Napoli si verificano e si incontrano tutti i giorni. Chiamatelo realismo comico, se volete. Più che in qualsiasi altro posto del mondo, a Napoli la realtà supera ogni fantasia.”

E grazie alla comicità di Pino Imperatore, forse per la prima volta si parla, e si legge, di camorra ridendone, col risultato di un racconto fresco e piacevolissimo che fa ridere ma anche riflettere su un sistema malato – italiano e non più solo meridionale – che tollera comportamenti aberranti e terribili come fossero la normalità.

Non sono voluta entrare nel merito della trama dei due libri perché meritano molto più di essere letti, e vi garantisco che se inizierete vi sarà difficile fermarvi. Il finale del secondo libro fa ben sperare in un ulteriore proseguo… spero proprio che sia così.

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Cani Randagi

Buongiorno Squirtini,
Vi sono mancata???? Spero di si, ma mi siete mancati sicuramente più voi!! Come state? io sono stata un po’ a riposarmi in quel di Marina di Bibbona, e stranamente mi sono portata dietro più libri che vestiti!!! Sempre in stretta collaborazione con la Biblioteca Comunale di Montaione, ho preso in prestito vari libri, uno dei quali è quello che vi voglio recensire oggi , per continuare l’opera sulla settimana della lettura.

Cani Randagi

Il libro in questione si intitola “ Cani Randagi” di Roberto Paterlini, e non è una novità del 2013, ma ha vinto il premio letterario “La Giara” lo scorso anno, e sinceramente l’avevo preso solo per essere sicura di non finire in astinenza da libri, ma appena ho letto la seconda di copertina ho capito che mi ero imbattuta in una perla rara.
Il libro che abbraccia tre determinati periodi storici (dal regime fascista, passando per gli anni ottanta e finendo ai giorni nostri), parla di tre storie d’amore molto diverse tra loro, ma con il segno distintivo di essere piene di difficoltà, come possono essere solo le storie dove si ama una persona dello stesso sesso.
Vi dice qualcosa la parola ARRUSO? Sinceramente prima di leggere questo libro, a me non diceva niente, ma visto che siamo qui, vediamo di capirla insieme…..Arruso è un termine siciliano, che indica il “femminiello”, “il passivo”, insomma colui che nel rapporto lo prende e quindi più frocio dell’altro…… ( oh signore……perché non è possibile capire che non ci deve essere la distinzione uomo donna all’interno di un rapporto…perché , perché siamo ancora così ottusi????)

Scusate, ma devo stringere i tempi , perche’ questa cosa mi disturba e mi dispiace starci troppo ( la definizione viene data all’interno del libro dallo stesso protagonista) ….Insomma per farla breve nella Sicilia degli anni 30 al confino ci finivano solo gli arrusi, gli altri no, perché il sistema malato ( che ancora oggi non è guarito), chiudeva un occhio sul maschio, ( colui che veniva trovato “attivo”) perché di donne disponibili non ce ne erano ( stiamo parlando della Sicilia, dove solo da poco hanno smesso di mettere alla finestra il lenzuolo macchiato della verginità della sposa) e quindi era considerato un passatempo innocuo per scaricarsi!!! Per tutti gli altri che secondo il regime erano malati e deviati, la cura era solo il confino per riportarli sulla retta via o magari al suicidio, che forse era anche meglio così si poteva far finta di non aver mai avuto un figlio finocchio.

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“Era incastrata tra due cassetti. Ci pensi? Potrebbe essere lì da anni”, disse Federico con gli occhi che gli volevano uscire dalle orbite, luccicanti ed entusiasti come se fossero stati davvero di fronte a un tesoro. Catania 1987, riportava la scritta a biro sull’’etichetta appiccicata al lato lungo dell’audiocassetta, ingiallita e staccata ai bordi. “Perché tutta questa eccitazione?” smorzò la sua euforia Giacomo concedendogli appena la coda del suo occhio, con il solito fare particolarmente concreto della mattina appena sveglio. “Sarà solo una compilation di schifosa musica anni 80″.

Il libro quindi come vi ho lasciato intendere parla nella prima parte degli anni 30 nella Sicilia fascista, si sposta poi nell’Italia degli anni 80 piagata come il resto del mondo da quella malattia che all’inizio era considerata un flagello solo per gli omosessuali e si sposta infine negli anni 2000 dove un giovane ragazzo crede di essere di fronte ad un mondo diverso, che però, poi tanto diverso non è dal secolo scorso…..

Non vi dirò altro sulla trama….ognuno è libero di leggerlo e di trarne gli insegnamenti che crede….

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io vi posso solo dire che mi incazzo sempre troppo, davanti alla stupidità umana di non riuscire a capire che l’amore e’ amore sempre e comunque, e spero sempre di riuscire a vedere prima di tirare le cuoia, ogni tipo di amore accettato e condiviso da tutti!!

Sogno secondo voi?

Lasciatemi dunque sognare in pace…….
Ps: non sono nessuno io…..e conterà ancora meno il fatto che voglia dedicare questo articolo alla memoria del ragazzo di 14 anni che si è suicidato nella notte tra il 7 e 8 agosto a Roma , sfiancato dal fatto di essere omosessuale e non accettato….ma nel mio piccino voglio dire solo una cosa……VI PREGO FACCIAMO IN MODO CHE COSE COSI’ NON SUCCEDANO MAI PIU’!!!

Alla prossima

Squirt Vio

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Da Quando A Ora

L’altro giorno son tornata in biblioteca dopo qualche tempo, avevo da riconsegnare un libro e soprattutto le mie scuse…perché se non lo sapete, io sono sempre in terribile ritardo nel riconsegnare i prestiti in biblioteca, sempre stata. E’ matematico, lo leggo, e subito dopo viene inglobato dalle scartoffie e mille altri gingilli di casa, mi si va a infilare nel dimenticatoio e addio Ròsa! E non pensate con le videocassette di un tempo fossi stata più puntuale nelle riconsegne! Ho smesso di prendere a noleggio i film in vhs e poi dvd con la schedina, al distributore automatico di sogni da celluloide, perché tutto il credito veniva scalato sui ritardi…finché un giorno, i cyber dio creò lo streaming!

Mentre son lì a far la contrita, intanto vado a vedere sullo scaffale delle novità…e comincio a sfogliare le quarte per vedere quale libro potesse attirarmi di più. Ne afferro uno con inserto speciale: c’è anche un cd allegato, l’autore .. beh l’autore non poteva certo non attirare, dato che è quel gran mostro poliedrico di Giorgio Faletti. Lo apro, e vedo la dedica:

” a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno provato un brivido ascoltando una canzone”. E’ il mio. E’ di tutto. Perché non esiste al mondo una persona insensibile alla musica.

Da Quando a Ora

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Da Quando a Ora è l’ultimo libro, uscito a fine novembre scorso, dall’artista che si è cimentato davvero in tutto, il Giorgio Faletti che la mia generazione ha visto nei panni dell’irresistibile Catozzo Vito fino a farsi stupire sentendolo cantare, ascoltandolo come cantautore e infine, meravigliandosi leggendolo. Suddiviso in due parti, il Quando e l’Ora, questo libro è un’autobiografia in chiave musicale: la musica, ispiratrice o come prodotto finale del suo genio creativo. C’è di tutto, e c’è tanto in cui molti di mia conoscenza me incluso potrebbero riconoscersi…del tipo:

“…sapevo strimpellare la chitarra con la quale ero in grado di eseguire, prendendomi i miei tempi, La Canzone del sole di Battisti, l’unico brano che faceva parte del mio repertorio. Ho deciso di impegnarmi ad abbreviare quei tempi e ampliare quel repertorio. … Sono entrato a poco a poco nel mondo malinconico degli accordi in minore, nella sonorità tonificante del Sol e del Re e, quando ci sono riuscito, nella gratificazione degli accordi che prevedono l’infausto barré, una posizione delle dita talmente innaturale da far pensare che sia stata inventata dal Marchese de Sade.”

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C’è la musica che fa venire i brividi a tutta Casa Squirters…

“è di colpo che così la mia generazione si è trasformata, sotto gli occhi esterrefatti di quella precedente. Una genia di alieni con i capelli lunghi e le camicie a fiori, ragazzi che chiamavano musica un devastante insieme di batteria e chitarre elettriche. Che, alle orecchie di persone che avevano interpretato il valzer o il tango come una professione di fede e seguito Natalino Otto come il suo profeta, risultata un fracasso insostenibile.”

Ci sono momenti in cui la vita di Faletti si è incrociata con quella di altri artisti, e ci sono le dovute citazioni-tributi…

Fabrizio+De+Andr+faber“…come diceva Faber, sono libero di dare buoni consigli perché non ho più il fisico per dare i cattivi esempi

E poi, c’è la frattura fra il quando e l’ora: il momento in cui, dopo il successo al suo esordio come scrittore, la sua vita si mette in pausa. E la narrazione pure, tanto da riprendere e non essere più la stessa…

Potrei andare oltre a raccontarvi le sua cose, ma forse è meglio che ve le facciate raccontare da lui, che è meglio. E io vi consiglio a ogni modo di leggervi tutto il libro, compresi i testi delle sue canzoni interpretate da vari artisti e diverse voci. Leggetele nel silenzio così che le sue parole diventino musica. Come poemi. Poi, date il via al cd. Grazie geniaccio…

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Una certa di Idea di Mondo

Ci sono due personaggi, di quelli “famosi”, che fanno scatenare in me la stessa sfrenata passione, strappa-capelli, che solitamente mostrano le teenagers ai concerti delle boy bands stile One Direction o al loro tempo, Take That e Backstreet Boys. Di solito queste cose capitano appunto intorno ai quindici sedici anni, a me, che invece non è mai importato niente delle boy bands, capita ora…un po’ fuori età, ma che posso farci, è così.
Il primo è Max Gazzè, protagonista più frequente dei miei sogni, potrei persino dire che sia l’uomo più bello del mondo, il secondo è Alessandro Baricco, “maestro” ispiratore di ogni mia fatica narrativa, (ovvero quando scrivo penso sempre a come lo farebbe lui, anche se poi non mi ci avvicino per niente).

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Dico tutto questo perché, nel parlare dell’ultimo suo libro, so già che non potrò fare a meno che essere di parte, comunque, lucidamente consapevole, di stare dalla parte giusta!!!
“Una certa idea di mondo” non è un romanzo, nemmeno un racconto, ma la raccolta di una serie di articoli che Baricco ha scritto per La Repubblica e nei quali parla di libri, precisamente dei cinquanta libri più belli e più toccanti da lui letti negli ultimi dieci anni.
Il perché Baricco abbia deciso di realizzare questo progetto è spiegato perfettamente, e in maniera un po’ ruffiana, nel prologo, che già di per se vale il prezzo del libro (io l’ho comprato in ebook quindi ho pure risparmiato, godendo in più delle bellissime illustrazioni di Manuele Fior), visto che la motivazione è allo stesso tempo una delle più belle e poetiche massime su cui si dovrebbe fondare l’esistenza umana (l’ho detto che ero di parte): parlare solo di quello che si conosce (e giustamente lui parla di libri), per raccontare cosa si pensa del mondo.

“Mi son ricordato di una cosa che ho imparato dai vecchi: falli parlare di quello che veramente conoscono e amano, e capirai cosa pensano del mondo. […] Io di cose che conosco davvero, e amo senza smettere mai, ne ho due o tre. Una è i libri. Mi è venuta un giorno questa idea: che se solo mi fossi messo lì a parlare di loro, prendendone uno per volta, solo quelli belli, senza smettere per un po’ – be’, ne sarebbe venuta fuori innanzitutto una certa idea di mondo. C’erano buone possibilità che fosse la mia.”

Da qui parte la descrizione dei più impensabili titoli. Si perché se uno crede di trovarci dentro i classici della letteratura si sbaglia, niente Calvino, Flaubert, Hemingway o Celin, quelli lui li ha letti molto tempo fa, ci sono invece testi più recenti, magari che gli sono stati consigliati da amici, vedi “Open”, sulla vita di Agassi, o “American Dust” di Richard Brautigan, testi che non ti immagineresti che ma che in un certo senso raccontano un periodo della storia italiana contemporanea come “Fantozzi totale” di Paolo Villaggio, saggi che svariano dal romanticismo, alla rivoluzione francese, alla filosofia di Leibniz e Spinoza, biografie di personaggi storici come Magellano, Padre Pio, o Glenn Gould.
Certo non mancano anche alcuni autori importanti come Charles Dickens, Jonh M. Coetzee (con Vergogna di cui ne ho già parlato qui), Giuseppe Tommasi di Lampedusa o Truman Capote.
Insomma tanti ed ottimi consigli di lettura accompagnati da sensazioni, ricordi, nostalgie, ed intimi racconti di vita personale dell’autore. Un itinerario letterario che, attraverso i libri, tenta di spiegare una certa idea di mondo: esiste forse cosa più bella?

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Scrivere Nella Rete

Buonasera a tutti i nostri squirtici seguaci,
iniziamo la settimana con la recensione di un libro che ho letto nel weekend e che è stato il mio battesimo-bis in quel della biblioteca comunale per me, che da 4 anni non prendevo più in prestito un libro (oh ma non è che son 4 anni che non leggo un libro, intendiamoci!).
Il motivo per cui ho preso in prestito un libro del genere e che ha attirato la mia attenzione, sta nel fatto che per una volta, non si tratta di narrativa, non c’è un plot innovativo o accattivante, ma ha a che vedere con la saggistica di un certo genere, su un argomento che a noi Squirters tocca da vicino, proprio perchè, come avrete intuito, si intitola

Scrivere nella rete
Facebook, Twitter, Blog & Co.

di Stephan Porombka, 2012

Saggistica di questo genere, che tratta di un argomento in così continua evoluzione, a mio parere è un ottimo caso di libro che prenderesti in prestito anziché acquistare…perché dato che la cibernetica è in continua evoluzione, libri di questa sorta è bene divorarseli quando son belli freschi, un po’ come la frutta dall’ortolano. Io per lo meno non vorrei spendere fior fior di money per un testo che purtroppo di lì a poco diventerà obsoleto per i temi che ha trattato ignorando la novità di domani. Libro che però, se letto un po’ alla “cotto&mangiato”, certo vi aprirà la mente nei giorni di oggi, per lasciar spazio nella vostra libreria un domani.

Mi sono lasciata incuriosire per capire un po’ com’è che a tanta gente oltre a noi sia venuta l’estrema urgenza di crearsi uno spazio tutto loro sul web dove potersi esprimere, più o meno giornalmente. Mi sono lasciata incuriosire per capire il linguaggio altrui, e per capire quante meravigliose possibilità di creare ci possa offrire la rete.

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Ho scoperto che c’è un mondo di blogger, un mondo di cinguettari e un mondo di creativi che creano del proprio od osano rielaborare il già scritto, provando con estremo genio a giocare sui classici della letteratura trasformandone il linguaggio e le modalità di condivisione. Ho riscoperto con piacere le sventure di Gregor Samsa (il protagonista de La Metamorfosi, cabrones!) attraverso i twitter di un insolito geniaccio del nostro secolo.
Ho scoperto che se ti iscrivi a un certo sito tedesco, loro ti invieranno una per volta le lettere di quel disgraziato del Werther, come se fosse proprio lui a spedirti le lettere e tu fossi l’interlocutore dell’adolescente più ddepresso nel mondo di quasi due secoli fa (e le lettere vi arriveranno proprio nelle date originarie in cui son state scritte!).
Ho scoperto che esiste un nuovo genere letterario, della sottocategoria della chick-lit, che poi sarebbe la letterature da sgallinate, che si chiama mailodramma, e che è per lo più costituito dalle mail che intercorrono fra i personaggi del romanzo.

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Mi sono meravigliata nel constatare che Twitter ha in fondo una potenzialità unica nel suo genere, attraverso la cui brevità obbligatoria, si ha la possibilità di creare, tagliuzzare e citare con una buona dose di sarcasmo.
E sebbene a me continui a piacere di più il lato prolisso del web, come i blog (e in particolare il nostro, dato che mi permette di scrivere i fiumi di parole che sgorgano dalla mia mente contorta), tutto questo assai ho gradito.

Ottimi spunti Porombka, ci vediamo al prossimo saggio!

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L’eleganza del Riccio

Oggi pubblichiamo una recensione di un libro, molto conosciuto, scritta dalle “nuove” squirtmanine di Alessandra, una mia (di SquirtAllegra) carissima amica di cui mi fido ciecamente e per cui .. buona lettura!!

L’ELEGANZA DEL RICCIO

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Come primo libro del 2013, anche perché ricevuto tra i regali di natale, ho letto “L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery. Di solito sono abbastanza restia, in maniera del tutto preventiva, ad avvicinarmi alla lettura di libri che raggiungono in brevissismo tempo e del tutto inaspettatamente, numeri da best seller (50 ristampe e oltre 600.000 copie vendute in Francia, con primo posto in classifica vendite per trenta settimane), probabilmente perché, il mio cervello, con molta presunzione, elabora il successo non come conseguenza di bravura ed eccellenza, ma, prima di tutto, come esempio di appiattimento al gusto di massa, al quale, il mio cervello, sempre inconsciamente, attribuisce un valore sufficientemente basso e mediocre, da non meritare attenzione.
Premesse a parte, questa volta ho deciso di andare oltre il pregiudizio e quindi, anche solo per non buttar via un regalo, di riservare commenti solo alla fine.
Prima però un’altra premessa: chi sono io per giudicare se un libro è bello o brutto, scritto bene o male, banale o innovativo? Nessuno, davvero, solo una lettrice, che per quanto appassionata, può solamente limitarsi ad esprime un gusto, una personale emozione, piuttosto che un giudizio. Ecco questo è quello che farò, senza nessuna verità da rivelare.

“L’eleganza del riccio” è un libro che parte molto bene, già nel titolo, che oltre ad essere d’effetto, sintetizza in poche parole l’intera storia. Prosegue ancora meglio, sempre secondo il mio gusto, con la scelta delle due voci narranti, in prima persona, che si alternano, e con una costruzione estremamente scorrevole fatta di brevissimi capitoli (adoro sapere quanto dista la fine). Per non parlare della fluidità che la Barbery riesce a dare alla sua scrittura, mai banale. La trama poi, inevitabilmente coinvolgente per i “drammi” esistenziali delle due protagoniste, è presto detta. In un condominio della Parigi ricca, la portinaia, e la figlia dodicenne, di un famoso uomo politico, raccontano, come in un diario che si intreccia, la loro esistenza, o più precisamente i non convenzionali modi con cui hanno scelto di condurla. La prima cercando di conformarsi completamente all’idea che gli altri hanno di lei in quanto portinaia, ignorante e gretta, quando, al contrario, è una donna dalle passioni alte, la letteratura, la filosofia, l’arte. La seconda, all’apparenza mediocre ed imbevuta di sottocultura adolescenziale, è invece scaltra ed intelligente, molto più di quello che potrebbe far pensare la sua giovane età, tanto da aver già capito che la vita è una truffa, che le speranze per il futuro sono solo inutili illusioni e che non c’è niente per cui valga la pena vivere, maturando la decisione di volersi togliere la vita al compimento del suo tredicesimo anno. Tutto sembra scorrere liscio, fino all’arrivo di un nuovo inquilino, anziano magnate giapponese in pensione, che con la sua particolare sagacia e sensibilità, riuscirà a scoprire l’inganno delle protagoniste, disintegrandone così equilibri, convinzioni ed obiettivi.
Così riassunto tutto torna, tutto sembra tendere alla perfezione, eppure nella lettura qualcosa stona. La portinaia, che sappiamo provenire da una poverissima famiglia di contadini, analfabeti ed ignoranti, segnati da un destino avverso, della quale si intuisce che non abbia studiato e che non ha mai avuto una sviluppata vita sociale, cita Tolstoj, Dostoevskij e Marx, guarda film del regista giapponese Ozu, ai più sconosciuti, e discerne su Kant ed Husserl. Pur con tutta la passione, intelligenza e sensibilità che possiamo riconoscere nella nostra protagonista, alla quale ci si affeziona velocemente, è davvero troppa la sua familiarità e dimestichezza con la letteratura e la filosofia. Stessa cosa vale per la dodicenne suicida, che proprio perché dodicenne (praticamente nemmeno entrata nei tumulti adolescenziali), sembra un po’ inverosimile abbia già una visione così chiara, decisamente adulta, della vita e che quest’ultima l’abbia già stancata così tanto da ritenere inutile prolungarla ancora. Nel frattempo poi non fa quello che fanno tutte le sue coetanee, ma si diletta a scrivere “haiku”, cioè antichi componimenti poetici giapponesi composti da tre versi per diciassette sillabe complessive.
Questo è davvero troppo. Sono troppe le pagine piene zeppe di citazioni colte e di profonde riflessioni, così poco credibili se fatte dalle nostre due protagoniste, quanto invece adeguate se dette dall’autrice (per l’appunto docente di filosofia). E’ questo che mi disturba, per non dire mi irrita, questo sfoggio di sapere che sporca il romanzo, leggero, delicato ed elegante, facendolo sembrare un trattato filosofico venuto male, perché in bocca a narratori, in tal senso, poco autorevoli. Penso proprio che con qualche pagina in meno, e con qualche lezioni di vita in mento, il racconto ne avrebbe giovato.

In ogni caso leggere fa bene alla salute, anche, perché no, quello che non ci piace. Non esistono libri, anche tra quelli che non mi sono piaciuti, dei quali sconsiglierei la lettura. Mai, per nessuna ragione, sconsigliare la lettura.

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La Cucina del Buon Gusto

images“Il piacere della tavola si raggiunge attraverso il rispetto di norme semplici e di buon senso..

Cucinare è il piacere di prendersi cura dei propri cari, trasformando il cibo in pasto… Cucinare per gli altri è un istinto antico…Cucinare le ricette di casa è sentirsi vicini alla propria famiglia e parte della sua storia. Chi vive lontano dal paese d’origine prova un senso di appartenenza quando condivide un piatto casalingo con la famiglia o con gli amici, ma anche se lo consuma da solo.

Cucinare distrae dalle preoccupazioni e placa l’ansia … modellare i biscotti e disporli sulla placca da forno sono gesti che assorbono l’attenzione e liberano la manualità, come il gioco di un bambino. E consolano con un risultato concreto.”

Simonetta Agnello Hornby

 

agnello_lazzati“La cucina del buon gusto” è un libro uscito all’inizio del 2012, scritto a quattro mani dalla Simonetta Agnello e anche Hornby (sì, quell’Hornby lì, trattasi infatti della sua prima mugghiera, sicula per giunta) e dalla Maria Rosario Lazzati, insegnante di cucina milanese doc.

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Questa volta volevamo segnalarvi un libro indispensabile da leggere per tutti coloro che ci seguono anche nella nostra rubrica culinaria, perché al suo interno troverete l’essenza vera dello stare insieme in cucina e della gioia dell’atto di cucinare, preparare e imbandire la tavola. Un testo davvero illuminante per tutti quelli che si avvicinano alla cucina di ogni sorta, e anche per chi ama già sporcarsi le mani.

149272295Lasciatevi conquistare dalle pagine di questo libro e lasciatevi raccontare aneddoti familiari che ruotano intorno alla cucina, e che vi faranno ricordare la cucina delle mamme e delle nonne anche nei piccoli gesti descritti dalle due autrici, oltre a farvi suggerire preziosissimi accorgimenti da avere quando facciamo spesa e altri trucchi del mestiere.

Perché non c’è niente di più lontano che il concetto essenziale e privo di gioia del cuocere e l’anima pura del cucinare, atto che ci risulta sia liberatorio che consolatorio: cucinare per sfogare rabbia e frustrazioni quotidiane, incertezze e indecisioni; cucinare per ritrovare il legame con la propria tradizione familiare e regionale, cucinare per godersi il risultato e coccolarsi un po’.

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