I Ragazzi Burgess

Qualche giorno fa mi sono diretta verso la nostra biblioteca comunale e mi sono lasciata rapire dalle dichiarazioni di rilasciate sulla quarta di questo libro che tosto mi appresto a recensirvi, dato che alcune fra le testate più quotate si son spese in parole del tipo…” I Ragazzi Burgess hanno la stessa ambizione di Pastorale Americana di Philip Roth, ma con toni più intimi-Time-; “La prosa di Elizabeth Strout procede grazie a momenti di impressionante chiarezza poetica“- The New Yorker“. Ora, come lasciare lì sullo scaffale un libro uscito fresco fresco nei primi mesi del 2013 paragonato addirittura al Pulitzer per la narrativa del ’98?

images…e devo dire, che ho fatto un gran bene, anzi…oltre a paragonarlo alla visione della Pastorale, toh alzo e rilancio e vi dico a mio modestissimo parere di esperta di letteratura anglo-americana dismessa, mi ricorda a tratti anche quel capolavoro di Faulkner dal titolo originale The Sound and the Fury, conosciuto ai lettori italiani col titolo di L’Urlo e il Furore, forse una delle opere più complesse da affrontare, certo nella bibliografia di Faulkner. Un libro che in comune con l’opera della Strout ha il ruolo centrale della famiglia dentro e anche oltre la società americana. Fotografata rispettivamente negli anni ’20 e, per la Strout, nei giorni nostri. Non voglio però dilungarmi su Faulkner, non ne ho più la facoltà da quando ho chiuso il quaderno degli appunti all’indomani del mio esame del 2007…ma nonostante sia stato uno dei testi più complessi, è senza dubbio uno di quelli che ancora mi porto in testa vividamente. Faulkner narrava di questa famiglia un tempo ricca proprietaria terriera del Sud, sudista e quindi per giunta schiavista, ridotta all’orlo del fallimento e della povertà in seguito alla disfatta sudista conclusiva di quella così famosa Guerra di Secessione (sapete no quella di Lincoln, quella del Gettysburg Address…quella di “dopo tutto, domani è un altro giorno” e anche di “FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO?”), che si spense nel 1865 abolendo definitivamente la schiavitù in tutti gli stati oggi rinchiusi sotto la dicitura di Usa. Un libro che narra in quattro parti dell’America di quegli anni e di quanto era riuscita a evolversi, ogni parte con un punto di vista diverso, ovvero i quattro fratelli di cui è composta la protagonista famiglia Compson.

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Anche I ragazzi Burgess è diviso in quattro parti, anche se qui non si coinvolgono più punti di vista, ma ci vengono raccontati gli eventi che ruotano intorno ai tre fratelli Burgess, ovvero Jim e i gemelli Bob e Susan. Ci troviamo a conoscere i tre fratelli già cresciuti, e introdotti da una voce fuori campo, quella di una loro vicina di casa, che durante i pranzi con l’anziana madre nel piccolo paese di Shirley Falls nel Maine, ricorda i momenti della sua adolescenza, quando viveva ancora lì vicino ai suoi coetanei Burgess. Noi lettori, attraverso la sua breve introduzione, ci lasciamo coinvolgere dalla narrazione, scoprendo cosa sono diventati i tre ragazzi, “ora” che hanno passato la cinquantina. Jim è un avvocato di successo, che vive a New York con la moglie e tre figli cresciuti. Bob, una fotocopia sbiadita del fratello Jim, un matrimonio fallito, autostima ridotta a zero e rassegnazione ai massimi livelli. Mentre Susan, l’unica dei fratelli ancora a vivere a Shirley Falls, è rimasta sola col figlio adolescente dopo che il marito se l’è data a gambe per scappare in Svezia.

I fratelli son chiamati in soccorso perchè Zach, figlio di Susan, in preda a un raptus di cazzata adolescenziale, decide una sera di fare una goliardata andando a gettare una testa di maiale congelato dentro la sala del culto musulmano di Shirley Falls, frequentata dalla più che presente e sempre più allargata comunità somala del paese. Quello che succede dopo, potete immaginarvelo: iniziative di solidarietà verso la comunità somala, arresti, cauzioni, discorsi dal pulpito, quelle coi paroloni grossi, smanettamenti politici, e chi più ne ha più ne metta. Jim e Bob corrono in soccorso della sorella anche per potersi districare fra le noi burocratiche e le pratiche di ufficio, per formare la difesa al nipote davanti alla corte e per ritrovarsi, fratelli. Fratelli uniti da una disgrazia familiare durante la loro infanzia, che li ha fatti crescere senza padre. La vita e le sue dure prove faranno risvegliare antichi e allo stesso tempo odierni rimorsi, sfumature caratteriali e viaggi introspettivi nella relazione fra i tre.

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Un libro in cui si legge della dimensione intima della famiglia e dei singoli personaggi, nel suo contesto sociale: l’America di oggi, ancora una volta terra di rifugio per alcuni, terra da difendere da altri. Tutti ancora saldamente attaccati al concetto antico ma sempre contemporaneo del sogno americano. Uno scontro di visioni sociali diverse: una comunità basata sulla condivisione una sull’individualismo, sempre però convinta che ognuno nessuno escluso abbia la facoltà per potersi elevare socialmente con l’impegno e la dedizione al proprio obiettivo (che poi, a parole spicciole, sarebbe uno dei valori più alti a cui fa capo la società americana, proprio perché considera gli individui come sulla stessa linea di partenza ).

Jim: “senti questa: solo il 29% degli americani ritiene che lo Stato abbia qualche responsabilità nei riguardi dei poveri.”
Bob: “Lo so, è incredibile vero?”
Jim: “e solo il 32% ritiene che il successo nella vita sia determinato da condizioni al di fuori del nostro controllo. In Germania lo pensa il 68%.”
Zach:”Non capisco. E’ una cosa buona o cattiva?”
Jim: “E’ una cosa americana. Mangia quei cereali.”

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Vi lascio con l’ultima, perla di saggezza firmata Strout…

“Ed era troppo tardi.
Nessuno vuole mai credere che sia troppo tardi, ma lo sta sempre diventando.
E poi lo è.”

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