A Sud del Confine, a Ovest del Sole

di Haruki Murakami

Ho finito di leggere “A sud del confine ad ovest del sole” due giorni fa, ma ancora non sono proprio sicura di esserne uscita fuori, il che potrebbe avere come conseguenza una recensione un tantino incomprensibile!

Prima di tutto voglio anche confessare la mia ignoranza perché oltre ad essere il primo libro che leggo di Murakami (che non è proprio uno sconosciuto) è anche il primo (escluso un brevissimo racconto di Banana Yoshimoto) di un autore giapponese. Dico questo perché ai fini della lettura vi garantisco che non è un dato irrilevante, soprattutto se si ha una certa predisposizione per la letteratura occidentale come, senza volerlo, ho io.

Se qualcuno mi chiedesse com’è A sud del confine ad ovest del sole, la prima cosa che mi verrebbe in mente di rispondere è strano. Eppure, alla fine, si tratta semplicemente del racconto della vita di un uomo, combattutto dall’amore profondo, incontrollabile e spesso dilaniante per due donne. La stranezza infatti non sta tanto nella trama, piuttosto nello stile di Murakami, nella sua lenta incisività che pagina dopo pagina ingloba il lettore. Cioè mi spiego meglio. Per le prime trenta pagine circa ho dovuto combattere con me stessa per non abbandonare il libro, ci ho messo tre giorni a leggerle senza riuscire a trovarci niente di interessante, anzi mi sembravano di una noia mortale, lente e superficiali, ma nonostante questo qualcosa mi ha fatto andare avanti (magari solo la mia forza di volontà!!!), ed allora, non so dire esattamente in che punto della storia, è come se le parole mi ci avessero tirata dentro e non ho più potuto smettere di leggere. Tranne pause fisiologiche sono andata avanti per un giorno interno (era sabato quindi potevo permettermelo), a momenti alterni mi sono sentita Hajime (il protagonista, nonchè narratore), Shimamoto, Izumi , Yukiko, insomma tutti i personaggi del romanzo, e credo sia proprio questa la magia della scrittura di Murakami, trasportare il lettore dentro le pagine del libro, senza che questo se ne accorga.

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Come ci riesce? Vorrei saperlo anch’io, però posso dire che con una linearità stilistica impeccabile Murakami sa rendere tutto il senso della tortuosità della vita, delle passioni, dei sentimenti, come se scavasse nel profondo dell’umanità senza però durare fatica. E se all’inizio questo può sembrare noioso alla fine risulta di estremo coinvolgimento. A sud del confine ad ovest del sole, non è semplice lettura, ma piuttosto un’esperienza sensoriale.

Concludo con un brevissimo accenno alla trama. Siamo nel Giappone degli anni ’50: Hajime è figlio unico e vive questa condizione (anomala per il Giappone di quegli anni), come una colpa e un’implicita accusa di debolezza. All’età di dodici anni incontra Shimamoto, sua compagna di scuola, figlia unica anch’ella, ancora più sola perché claudicante. Diventano amici inseparabili fino a quando Hajime si trasferisce e, come succede spesso nella vita, si perdono di vista. Il protagonista va avanti, fa le sue esperienze: alcune belle; molte, estremamente dolorose, in particolare con Izumi, la sua prima vera fidanzata e difficili, finché non ricompare Shimamoto. I due ricominciano a frequentarsi e capiscono di amarsi da sempre, di una passione senza limiti. Ma ormai potrebbe essere troppo tardi perchè Hajime ha già una moglie Yukiko, che ama allo stesso tempo, e Shimamoto nasconde segreti troppo grandi. Il loro amore è dunque, ancora una volta, destinato a restare lì…a sud del confine, a ovest del sole.

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Sofia si Veste Sempre di Nero

di Paolo Cognetti

articoli_img_1418“Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista.”

Ho cominciato questa recensione con le parole dell’autore stesso, perché chi meglio può descrivere un libro, se non chi l’ha pensato, scritto, amato?

Sofia si veste sempre di nero è uno dei testi più belli che abbia letto in questi ultimi mesi. Paolo Cognetti riesce a dare alla propria scrittura un’intensità ed una precisione straordinarie. Uno stile asciutto ma allo stesso tempo quasi poetico, uno scavare nel profondo dell’animo umano, con originalità e passione, che di rado ho ritrovato in altri libri.

Non da meno è la struttura del libro dove come in un mosaico i racconti si intrecciano senza un ordine cronologico preciso, ma che alla fine sembra proprio l’unico ordine possibile.

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Anche in questo caso non ci sono parole migliori per spiegarlo che quelle dello stesso Cognetti:

“Dunque avrei cambiato stile da un racconto all’altro, saltato tra personaggi ed epoche, evitato di seguire la vita di Sofia in ordine cronologico, come se la guardassi accadere, ma in una specie di ordine emotivo, come se la ricordassi. Avrei lasciato buchi e contraddizioni, come quando provi a ricostruire un vaso andato in cocci e scopri che i bordi di due frammenti non corrispondono più. Avrei voluto sottrarmi all’obbligo di mettere i racconti in fila, trovare il modo di farli esistere simultaneamente, dare al lettore la libertà di stabilire un ordine suo, seguendo la propria indole, scovando legami che magari non ho visto neanch’io”

E di tutto questo lavoro, e dello spazio che gli viene lasciato, il lettore sentitamente ringrazia!

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Nessuno Sa di Noi

… ovvero l’apologia del dolore …

Si può cominciare una recensione dicendo che il libro non mi è piaciuto? Magari sarebbe meglio dirlo in fondo, ma io non resisto.

Ho scelto di leggerlo perchè sapevo che Simona Sparaco era stata una allieva della Scuola Holden di Baricco che tanti osannano e tanti demonizzano con la storia che costa un sacco e che poi alla fine quelli che escono non diventano mai nessuno. Della Sparaco questo non si può certo dire, visto che con Nessuno sa di noi ha venduto oltre 70.000 copie ed è entrato nella cinquina finalista del Premio Strega, e allora mi son detta che volevo vedere da vicino, io che propendo per quelli che “frequentare la Scuola Holden sarebbe un sogno”. Riponevo estrema fiducia in Simona, ma non riesco a dire nient’altro se non che mi ha deluso (ed insieme la giuria del Premio Strega!!!).

WCENTER 0WNDCBUFEH  -  ( Giusy Marinelli - - feltrinelli-simona sparaco 038.jpg )Il problema è che non si capisce cosa volesse fare con questo romanzo, se non riempirci di dolore, di ridondante ed inutile dolore. La storia racconta di Luce (già la scelta del nome è pessima), e Pietro, dei loro estenuanti tentativi di mettere al mondo un figlio, della felicità per la scoperta della tanto cercata gravidanza, spazzata via velocemente dalla notizia di una grave malformazione del feto. Da qui la scelta di ricorrere ad un aborto terapeutico, impossibile in Italia perchè già al settimo mese, e dunque il viaggio a Londra. Stop. Questo è tutto descritto in oltre 200 pagine in forma diaristica, con lunghi e ripetitivi periodi, in cui le azioni diminuiscono con il procedere delle pagine.

scrivere-canzone-1E non sperate che la lentezza vada a favore della psicologia dei personaggi perchè anche quella manca, non c’è modo di affezionarsi a loro, anzi alla fine la sofferenza di Luce, che si ritiene responsabile della morte del figlio, passa addirittura in secondo piano, e invece di provare solidarietà nei suoi confronti, ho quasi cominciato ad odiarla per la freddezza ed il distacco con cui tratta il dolore di Pietro, che di contro, appare uomo talmente buono ed accondiscendente da sembrare quasi fesso.
Ma più di tutto, trovo che nel libro ci sia tanta banalità sia nei personaggi che nei loro atteggiamenti, sia nel modo in cui viene affronata la tematica, che invece avrebbe meritato molto più rispetto ed attenzione.

Pensare che tra i finalisti del Premio Strega non è invece entrato il bellissimo libro di Paolo Cognetti , Sofia si veste sempre di nero. Un giorno parlerò anche di quello, ma intanto leggetelo.

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David Foster Wallace

Oggi ricorre l’anniversario della morte di David Foster Wallace, scrittore, filosofo e saggista americano, definito dalla critica “la mente migliore della sua generazione”, quella, per capirsi, di chi è stato adolescente a cavallo degli anni 70 e 80.

Il 12 settembre 2008 Wallace fu trovato morto, impiccato, nella sua abitazione.

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Vorrei ricordarlo attraverso alcuni suoi aforismi e citazioni

E con questo non sto dicendo che la televisione sia volgare e stupida perché le persone che compongono il pubblico sono volgari e stupide. La televisione è ciò che è per il semplice motivo che la gente tende ad assomigliarsi terribilmente proprio nei suoi interessi volgari, morbosi e stupidi, e a essere estremamente diversa per quanto riguarda gli interessi raffinati, estetici e nobili.
(Aforismi)

La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.
(Aforismi)

Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido?

Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana
(A Conversation with David Foster Wallace)

Mi piace segnalare poi il sito dell’Archivio David Foster Wallace Italia http://archivio-dfw.tumblr.com/ ed in particolare un pezzo anonimo che da anni si trova nel sito della Granada House, casa di recupero dove Wallace soggiornò per sei mesi e che l’Archivio si è impegnato a tradurre e rendere disponibile in Italia. Per quanto probabilmente non sarà mai possibile attribuire ufficialmente questo testo a Wallace, tutte le coincidenze di date ed eventi fa pensare che sia veramente stato lui a scriverlo .

http://archivio-dfw.tumblr.com/post/61006908673/la-storia-di-un-ex-residente-un-probabile-inedito

Consigli di lettura:
La scopa del sistema (romanzo d’esordio) Fandango 1999 ed Einaudi 2008
Infinite Jest Fandango 2000 ed Einaudi 2006
La Ragazza dai capelli strani (raccolta di racconti) Einaudi 1990 e Minimum Fax 2003 e 2008

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Benvenuti e Bentornati in Casa Esposito

Ovvero “la saga” della famiglia camorrista più arruffona ed esilarante di tutta Napoli

Pino Imperatore, fondatore del laboratorio napoletano di scrittura comico creativa Achille Campanile, esordisce nelle librerie nel 2012 con il suo primo libro, Benvenuti in casa Esposito, seguito l’anno dopo da Bentornati in casa Esposito, testi indissolubilmente legati dei quali voglio parlarvi insieme.

Raccontano, come il titolo ci fa facilmente intuire, la storia degli Esposito, famiglia napoletana decisamente eccentrica, che abita nel caratteristico Rione Sanità quartire che ha dato i natali, niente popò di meno che, al grande Totò. In perfetto stile partenopeo, gli Esposito sono una famiglia decisamente allargata che va da Tonino Esposito, il capofamiglia, alla moglie Patrizia, la madre Manuela, la suocera Assunta, il suocero Gaetano, i due figli Tina e Genny e la cameriera ucraina Olga. Ah dimenticavo fanno parte della famiglia anche un coniglio, Gigetto e un’iguana, Sansone (Nel secondo libro si aggiungeranno poi una seconda iguana e l’amico fedele di Tonino Enzuccio).

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Tonino Esposito è figlio di un boss della camorra, ormai defunto, che era stato tra i più temuti della camorra. Vorrebbe ripercorrere le orme del padre, ma da lui non ha ereditato niente: né la successione alla guida del clan, né la sfrontatezza e il rispetto che hanno reso potente il genitore. Sotto la protezione del boss Pietro De Luca, succeduto al padre, Tonino si occupa, per lui, della riscossione del pizzo e di poche altre faccende, ma il più delle volte, anche in quelle più semplici riesce a combinare grandi casini che, soprattutto in Bentornati in casa Esposito, metteranno a rischio la sua vita e quella dei familiari.

In entrambi i libri Tonino fa molto più spesso piangere dal ridere che dalla paura, ma la comicità apparente con la quale Pino Imperatore ha connotato questo personaggio è spesso amara, così tanto da portare il lettore a provare pena, anche per uno che aspirerebbe ad essere un criminale.
A fare da sfondo alle peripezie della famiglia c’è infatti sempre l’ombra oscura della camorra, quella crudele, del boss De Luca e dei suo scagnozzi, che non lascia scampo, tanto alle loro vittime, quanto a loro stessi. Se però nel primo libro non si parla mai direttamente di crimini, morte e sangue versato, nel secondo Pino Imperatore entra invece dentro alle lotte tra faide, alle vendette che portano altra vendetta, alle uccisioni che portano altre uccisioni, facendo acquistare al testo una leggera caratterizzazione di denuncia.
Detto questo sia Benvenuti che Bentornati in casa Esposito non sono certamente libri sulla mafia, piuttosto una storia romanzata che si infila nelle maglie più interne della malavita, portandone fuori, con ironia e distacco, i quotidiani eccessi.

A questo proposito Pino Imperatore presentava così il suo primo libro:

“Benvenuti in casa Esposito non è un libro sulla camorra, ma dentro la camorra. Ne esplora la sua quotidianità. Ne offre una visione dal basso, non dall’alto.
 Certo, è un romanzo, e come tale va considerato. In alcune parti potrà sembrare eccessivo. Credetemi, non è così. Io non ho fatto altro che registrare e illustrare, mediante il formidabile strumento dell’ironia, fatti e personaggi che a Napoli si verificano e si incontrano tutti i giorni. Chiamatelo realismo comico, se volete. Più che in qualsiasi altro posto del mondo, a Napoli la realtà supera ogni fantasia.”

E grazie alla comicità di Pino Imperatore, forse per la prima volta si parla, e si legge, di camorra ridendone, col risultato di un racconto fresco e piacevolissimo che fa ridere ma anche riflettere su un sistema malato – italiano e non più solo meridionale – che tollera comportamenti aberranti e terribili come fossero la normalità.

Non sono voluta entrare nel merito della trama dei due libri perché meritano molto più di essere letti, e vi garantisco che se inizierete vi sarà difficile fermarvi. Il finale del secondo libro fa ben sperare in un ulteriore proseguo… spero proprio che sia così.

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Grazie per Quella Volta

-Confessione di una donna difettosa -

Come si fa a non leggere un libro con questo sottotitolo, soprattutto se si è donna, e quindi, come tutte le donne ci sentiamo difettose sempre, anche quando non lo siamo. Proprio a questo serve il libro di Serena Dandini, (se vogliamo pensare che un libro debba servire a qualcosa), a snocciolare, con onestà e ironia una catena di debolezze di cui andare fieri.

Non pensate di trovarci dentro elucubrazioni profonde, dissertazioni sui massimi sistemi o soluzioni per una esistenza più saggia, bensì il racconto di una serie di “manie” tipiche del mondo femminile, nelle quali senza dubbio, care donne, potrete riconoscervi.

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Alla fine il messaggio sembra estremamente semplice, ma allo stesso tempo efficace, ovvero che è il tempo di fare pace con i nostri difetti imparando a conviverci tra, alti e bassi.

Il libro è strutturato in brevi capitoli, per questo ancora più facilmente leggibile, e racconta, attraverso i ricordi della scrittrice, di un guardaroba fatto tutto di abiti neri, della malinconia alla fine dell’estate, dell’ansia da prestazione che hanno le donne per qualsiasi sciocchezza, del rapporto con gli oggetti e con il tempo che passa, dei miti di gioventù, dei genitori, dei parenti ecc. ecc.
Non ci sarà niente di imprescindibile o di straordinario, ma è comunque un libro che consiglio di leggere, perchè, garantisco, vi aiuterà, almeno per la durata della lettura…

…a sorridere di tutti i vostri difetti, ad essere più indulgenti nei loro confronti e forse addirittura ad auto-assolvervi.

A me almeno ha fatto questo effetto!

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Una certa di Idea di Mondo

Ci sono due personaggi, di quelli “famosi”, che fanno scatenare in me la stessa sfrenata passione, strappa-capelli, che solitamente mostrano le teenagers ai concerti delle boy bands stile One Direction o al loro tempo, Take That e Backstreet Boys. Di solito queste cose capitano appunto intorno ai quindici sedici anni, a me, che invece non è mai importato niente delle boy bands, capita ora…un po’ fuori età, ma che posso farci, è così.
Il primo è Max Gazzè, protagonista più frequente dei miei sogni, potrei persino dire che sia l’uomo più bello del mondo, il secondo è Alessandro Baricco, “maestro” ispiratore di ogni mia fatica narrativa, (ovvero quando scrivo penso sempre a come lo farebbe lui, anche se poi non mi ci avvicino per niente).

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Dico tutto questo perché, nel parlare dell’ultimo suo libro, so già che non potrò fare a meno che essere di parte, comunque, lucidamente consapevole, di stare dalla parte giusta!!!
“Una certa idea di mondo” non è un romanzo, nemmeno un racconto, ma la raccolta di una serie di articoli che Baricco ha scritto per La Repubblica e nei quali parla di libri, precisamente dei cinquanta libri più belli e più toccanti da lui letti negli ultimi dieci anni.
Il perché Baricco abbia deciso di realizzare questo progetto è spiegato perfettamente, e in maniera un po’ ruffiana, nel prologo, che già di per se vale il prezzo del libro (io l’ho comprato in ebook quindi ho pure risparmiato, godendo in più delle bellissime illustrazioni di Manuele Fior), visto che la motivazione è allo stesso tempo una delle più belle e poetiche massime su cui si dovrebbe fondare l’esistenza umana (l’ho detto che ero di parte): parlare solo di quello che si conosce (e giustamente lui parla di libri), per raccontare cosa si pensa del mondo.

“Mi son ricordato di una cosa che ho imparato dai vecchi: falli parlare di quello che veramente conoscono e amano, e capirai cosa pensano del mondo. […] Io di cose che conosco davvero, e amo senza smettere mai, ne ho due o tre. Una è i libri. Mi è venuta un giorno questa idea: che se solo mi fossi messo lì a parlare di loro, prendendone uno per volta, solo quelli belli, senza smettere per un po’ – be’, ne sarebbe venuta fuori innanzitutto una certa idea di mondo. C’erano buone possibilità che fosse la mia.”

Da qui parte la descrizione dei più impensabili titoli. Si perché se uno crede di trovarci dentro i classici della letteratura si sbaglia, niente Calvino, Flaubert, Hemingway o Celin, quelli lui li ha letti molto tempo fa, ci sono invece testi più recenti, magari che gli sono stati consigliati da amici, vedi “Open”, sulla vita di Agassi, o “American Dust” di Richard Brautigan, testi che non ti immagineresti che ma che in un certo senso raccontano un periodo della storia italiana contemporanea come “Fantozzi totale” di Paolo Villaggio, saggi che svariano dal romanticismo, alla rivoluzione francese, alla filosofia di Leibniz e Spinoza, biografie di personaggi storici come Magellano, Padre Pio, o Glenn Gould.
Certo non mancano anche alcuni autori importanti come Charles Dickens, Jonh M. Coetzee (con Vergogna di cui ne ho già parlato qui), Giuseppe Tommasi di Lampedusa o Truman Capote.
Insomma tanti ed ottimi consigli di lettura accompagnati da sensazioni, ricordi, nostalgie, ed intimi racconti di vita personale dell’autore. Un itinerario letterario che, attraverso i libri, tenta di spiegare una certa idea di mondo: esiste forse cosa più bella?

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Io che amo solo te

Ho scelto di leggere questo libro perché un giorno ho scoperto che, nel 2012, in occasione della presentazione al Salone del Libro di Torino, c’era Luciana Littizzetto a tesserne le lodi, così mi sono detta che, fosse stato anche solo questo il motivo, valeva la pena leggerlo. A dire il vero i motivi sono presto diventati due: il primo l’ho già detto, il secondo è stato il titolo che immediatamente evoca la bellissima canzone di Sergio Endrigo, cantante che già con l’Arca di Noè aveva preso un posto importante nel mio cuore di bambina.
Non conoscevo invece l’autore, Luca Bianchini, per cui mi sono documentata un po’ ed ho scoperto che ha iniziato la carriera come copywriter, che ha scritto qualche altro libro, ma che soprattutto ha fatto fortuna diventando il biografo ufficiale di Eros Ramazzotti, cosa che gli ha permesso di abbandonare il lavoro per concentrarsi sulla scrittura. Beato lui!!!

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Per andare dritti al punto, la questione è: consiglierei la lettura di Io che amo solo te? Si, ma con dei se, che prima di parlare della trama voglio elencare:
- se siete amanti delle letture abbastanza easy, scritte benissimo ma per niente impegnative, sia nei contenuti, che nei personaggi che nella profondità dei sentimenti ;
- se vi piace l‘happy ending, anche quando non ci starebbe (perchè la vita è leggermente diversa);
- se vi piacciono i preparativi matrimoniali;
- se soprattutto state preparandovi per andare al mare!

Il romanzo è ambientato in Puglia, a Polignano a Mare. Manca una settimana al matrimonio di Chiara e Damiano ed i preparativi, descritti con minuzia incredibile, fervono. Ninella e Don Mimì, rispettivamente madre di Chiara e padre di Damiano, nascondono un amore giovanile impedito e mai finito, che il matrimonio dei figli farà sbocciare di nuovo. Nancy e Orlando, sorella di Chiara e fratello di Damiano, combattono con i loro rispettivi drammi: la dieta e la perdita della verginità, la prima, l’ammissione della propria omosessualità, il secondo. C’è poi Matilde, detta la “First Lady”, moglie di Don Mimì, che controlla e gestisce l’organizzazione del matrimonio, spadroneggiando sui posti a sedere e sull’ampiezza della scollatura della sposa. Ci sono Vito il fotografo che attenta alla virtù della sposa, il make-up artist, che si finge gay per trovare ingaggi, Alessia la ex di Damiano che torna alla carica, i parenti e soprattutto…il MAESTRALE a sconquassare tutto, in un susseguirsi di colpi di scena, forse un po’ troppo al limite del reale.

Nel complesso un romanzo divertente, che sembra fatto apposta per essere letto d’estate, magari sul bagnasciuga!!!

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Vanity Fair compie 10 anni e premia il talento

Non voglio fare pubblicità ad una rivista della quale posso parlare veramente poco vista la scarsa conoscenza che ne ho, però mi è capitato di scoprire in internet questo bel progetto di promozione del giovane talento e credo valga la pena parlarne.

Per cominciare riporto la spiegazione che Vanity Fair dà dell’iniziativa, mi sembra che renda l’idea meglio di altre cose:

“Il 2 ottobre Vanity Fair compie 10 anni, e nel pensare a come celebrarli, ci sono venute in mente 3 parole. Talento: perché dedichiamo le nostre copertine, e i nostri servizi, ai «portatori di talento», nello spettacolo, nella cultura, nel design. Futuro: perché più che dirci quanto sono stati belli questi 10 anni, vogliamo pensare ai prossimi 10. Giovani: perché in questo Paese sono la vera minoranza da proteggere.”

 

Come dargli torto!!!

 

Nel concreto il progetto, che si chiama “Vanity Fair 10“, mette a disposizione di ragazzi e ragazze under 30, 10 contratti di lavoro a progetto, come occasione per affacciarsi nel mondo del lavoro. Gli ambiti sono quelli dell’entertainment, della pubblicità e dell’arte e sono realizzati grazie alla collaborazione con aziende private e scuole. I primi 4 ai quali si può già partecipare inviando il curriculum vitae sono i seguenti:

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- Borsa di studio per frequentare la Scuola Holden di Torino (la più bella cosa che può capitare nella vita, magari un giorno vi spiego di cosa si tratta, per ora vi basti sapere che il Preside è Alessandro Baricco). In questo caso, oltre al curriculum, bisogna partecipare ad una specie di concorso letterario con un elaborato lungo due cartelle sul tema “Ritratto di signora“.

- Taste of Milano per due posti da assistente di cucina in ristoranti stellati di Milano o Roma, dovrà essere presentato un video con la preparazione di una ricetta tipica della cucina milanese o romana.

- Factory 27 per un creativo, di estrazione art director o graphic designer

- Radio Italia per la gestione e lo sviluppo di tutti i canali digitali dell’azienda.

 

Nei prossimi giorni usciranno anche le altre offerte… beh niente male!!!
Unica pecca, se posso permettermi… il testimonial: Marco Mengoni!!!

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Per info più approfondite ecco il link: http://www.vanityfair.it/partner/vanity10/#?refresh_ce

 

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Vergogna

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J. M. Coetzee è, senza dubbio, il più importante scrittore contemporaneo sudafricano, tra l’altro insignito del premio nobel per la letteratura nel 2003.
La mia crassa ignoranza (mi piacerebbe tanto dire il contrario, ma quando scopri di non aver sentito mai parlare di uno come Coetzee, ti senti davvero un po’ ignorante!!!), non contemplava l’esistenza di questo fantastico autore, così dopo aver letto “Vergogna”, di cui tra poco parlerò, mi sono messa a cercare informazioni anche biografiche.
Ovviamente non starò qui a dire tutto quello che ho trovato perché ne verrebbe fuori un trattato (anche solo elencare tutti i premi che ha vinto, e che non ha mai ritirato personalmente, tanto è riservato, sarebbe un’impresa enciclopedica), però riporto un estratto della motivazione con cui l’Accademia svedese gli ha attribuito il nobel, e che, secondo me, riassume in modo perfetto la sua opera.
“I racconti di John Maxwell Coetzee sono caratterizzati da una composizione ben articolata, ricca di dialogo e analiticamente brillante. La sua opera tra molteplici travestimenti espone la sconcertante complicità dell’alienazione ]….[ e descrive il sorprendente ruolo degli outsider nella storia.”

“Vergogna”, in lingua originale “Disgrace”, racconta la storia di David Lurie, docente di scienze della comunicazione alla Cape Town University, sposato e divorziato due volte, con una vita condotta, per lo più, all’insegna di un’irresponsabilità adolescenziale e gaudente. Proprio questo suo comportamento, dominato da un’instancabile curiosità sessuale, sarà la causa della sua disgrace, ovvero un’accusa, infondata, di molestie sessuali da parti di Melanie, una sua allieva, che lo porterà a scontrarsi con l’ambiente ipocrita che lo circonda, e che lo costringerà a lasciare l’università.
Fuggito dalla città, David va a stare dalla figlia, Lucy, che abita in campagna, lontana dalla vita civilizzata alla quale era abituato. Si ritrova quindi in un mondo inospitale, violento, dove la lotta per la sopravvivenza diventa fondamentale. Sopratutto per Lucy che è da sola, in un mondo di uomini, a difendere la propria fattoria e la propria libertà. E tutto questo passa ancora una volta dalla vergogna della violenza carnale subita dalla figlia che può (se non deve) essere accettata e taciuta, per continuare a vivere.

La realtà del Sudafrica, raccontata da Coetzee è questa: una violenza estrema, fatta di stupri e di crimini che non trovano neanche più spazio sui giornali, tanto sono frequenti. Violenze che si perpetuano, complici anche una giustizia che ha lo stesso volto dei carnefici e un senso di colpa che fa abbassare la testa.

Un testo duro e amaro, che catapulta il lettore in un in mondo vero, reale, così ben descritto che sembra di vederlo, insieme con i suoi protagonisti, nei quali è impossibile non immedesimarsi, così tanto da non poter facilmente smettere di leggere. Nella scrittura di Coetzee non c’è niente di più e niente di meno, tutto è perfettamente equilibrato, la descrizione dei luoghi, la caratterizzazione dei personaggi, l’espressione delle emozioni, dei dolori…gli stessi che alla fine, per un attimo, coinvolgono anche il lettore.

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Gli Innamoramenti

javier12Prima di addentrarmi nel racconto della trama voglio fare una breve premessa. L’autore del libro di cui sto per parlare è lo spagnolo Javier Marìas, e sottolineo il fatto che sia spagnolo per ammettere, con un po’ di dispiacere, quanto di solito mi risulti ostico leggere gli scrittori spagnoli appunto, come lo stesso per i latino-americani (Marquez, Allende per citarne i più famosi). Questo perché non riesco mai a trovare nelle loro opere, che intendiamoci hanno fatto e stanno facendo la storia della letteratura mondiale contemporanea, la via di fuga. Mi perdo nei ritmi lenti, nelle infinite descrizioni, nei periodi lunghissimi e chiudo il libro prima che sia finito. Però leggendo i commenti su “Gli Innamoramenti” e in particolare la breve battuta del Süddeutsche Zeitung: “un libro che incante e ipnotizza il lettore“, riportata anche nel retro copertina, mi sono detta: voglio riprovarci, e sono corsa in libreria a comprarlo. Niente da fare, anche questa volta il problema è stato lo stesso, con la differenza che avendo solo 320 pagine, anche se c’ho messo due mesi, e altri tre libri letti nel frattempo, sono arrivata in fondo.
Per concludere quello che mi premeva dire è che il problema in questo caso non è il libro ma sono io.

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La trama anzi è originale e coinvolgente. Conosciamo Maria, la protagonista, all’interno del caffè dove ogni mattina va a fare colazione e dove ogni mattina incontra Miguel e Luisa una coppia di innamorati che lei osserva da lontano con ammirazione e dolcezza, augurandosi per loro “tutto il bene del mondo”. Ma la felicità viene invece sconvolta dall’omicidio, apparentemente casuale, di Miguel, che manda in frantumi non solo la stabilità della moglie Luisa ma anche quella della stessa Maria. Perché sarà quell’episodio a far si che Maria entri in contatto con Luisa e quindi con il caro amico di famiglia Javier, del quale si innamorerà e con il quale, anche se non ricambiata, comincerà una relazione. Innamoramento che sarà lo spunto per l’autore per indugiare in considerazioni sulla morte, sulla vita, sull’amore e sulla fragilità dell’essere umano che si trova, da solo, a vivere in una realtà spesso ambigua. Ambigua come ambiguo è l’epilogo del libro dalle spiccate tinte noir…. dirvi di più sarebbe come svelare l’assassino!!!

«L’ultima volta che vidi Miguel Desvern o Deverne fu anche l’ultima volta che lo vide la moglie, Luisa, il che continua ad apparire strano e forse ingiusto, dal momento che lei era questo, sua moglie, e io ero invece una sconosciuta e non avevo mai scambiato con lui una sola parola»

Ah, aspettate prima di concludere c’è un altro piccolo particolare che voglio far notare e che dimostra tutta la bravura di Javier Marìas. Il libro è raccontato tutto in prima persona da Maria, che pur essendo scritta da un uomo, risulta essere donna perfettamente; nei pensieri, nelle riflessioni amorose, negli atteggiamenti e nelle abitudini.

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International Saloon di MILAN’- io scelgo i chioccioloni


Buongiorno Squirtbambini!


Da neanche una settimana si è concluso il Salone Internazionale del Mobile di Milano, e sia io - **SquirtAllegra**- che la nostra Squirtbertuccia ci siamo trasferite per qualche giorno nella città dei panettoni!
Come ben dovreste sapere, se ci seguite periodicamente, IO NACQUI - modestamente - nella BIG CITY e quindi in qualche modo sono legata a questa città, ma vi assicuro che anche per chi storce il naso all’idea di passarsi un weekend nella città della Nebbia, beh si ricrederebbe se solo scegliesse la settimana del Salone…
milano_breraScoprirebbe tanti luoghi magici come Brera ”un quartiere” se così si può definire, affascinante, carico di cultura e arte alle quali si intrecciano moda e design (tra le altre cose da segnalare, in quei giorni, l’appartamento lago una soluzione innovativa per dimostrare che il design non guarda soltanto al singolo prodotto, ma al miglioramento della vita e del lavoro delle persone… cliccate sul link e scoprite di più!).

queste siamo io e la Lola

queste siamo io e la Lola

Il tempo ci ha graziate, e anzi.. è stato veramente caldo e di nebbia neanche l’ombra! Unica - mia- pecca: LE SCARPE SBAGLIATE! ( Domenica alle ore 16.00 sono piombata nel primo negozio di scarpe a comprarmi un qualsiasi paio di SANDALI per far riavere i miei pieduncoli che ormai erano deformati…)… ma adesso veniamo all’esperienza Bertucciana..

Dopo qualche anno, esattamente tre, sono tornata a visitare Milano nei giorni del Salone Internazionale del Mobile (avere un compagno architetto ha i suoi pregi e i suoi difetti!!!). Non c’è che dire è sempre un’esperienza pazzesca, ai limiti del surreale per le immense “stravaganze” (ma ci poteva stare benissimo anche un’altra parola un tantino più colorita), che si possono incontrare in giro per le vie della città. Si perché se il salone è rinchiuso nello spazio fiera di Rho (che tra le altre cose è pure lui bellissimo), sono tutti gli eventi collaterali del cosiddetto “fuori salone” che animano Milano e rendono attrattive anche quelle periferie che normalmente si definirebbero bruttine, come per esempio la zona di Lambrate.

Università Statale Installazione con rossetti Deborah (finti)

Università Statale Installazione con rossetti Deborah (finti)

Grattacieli e palazzoni piuttosto squallidi, intervallati da capannoni industriali, autorimesse e officine, che diventano sede del design più strano ed innovativo.
Proprio in zona Lambrate, tra tavoli senza gambe, sedie spaziali e illuminazioni psichedeliche (la stanza Missoni è stata come un trip da acido!!!), ho trovato l’idea, quella che per me si aggiudica il primo premio per genialità… no forse genialità no ma assurdità di sicuro…
ss20130411234230Mi stavo aggirando per il padiglione della scuola di design danese, già abbastanza sconvolta per la stanchezza, quando la mia attenzione è stata catturata da una serie di parallelepipedi trasparenti dai quali si intravedeva della vegetazione tipo muschio e qualche essere vivente che si muoveva. Mi sono subito avvicinata per trovarmi di fronte una specie di allevamento di chioccioloni (quelli che se anche mangi le chiocciole, tipo me, fanno troppo schifo per infilarli in bocca), e la relativa proprietaria, una carinissima ragazza, alta, bionda e con gli occhi azzurri - **ha detto alta quindi non ero io** - (del resto è danese), che stava spargendo del mangime per i suoi teneri animaletti.

hai detto "CHIOCCIOLEEE"

hai detto “CHIOCCIOLEEE”?

Attimo di sbalordimento, cosa c’entrano le chiocciole con il design? Proprio non mi veniva niente in mente, ma, fortunatamente, la ragazza, che deve aver visto quel punto interrogativo sulla mia faccia, mi si è avvicinata ed ha cominciato a spiegarmi. Io adesso proverò a ripetere quanto mi ha detto, anche se avendolo fatto in inglese la mia comprensione è, ahimè, stata limitata. ss20130411234020
Più o meno ha cercato di farmi capire che il bello delle lumache sono i suoi escrementi che opportunamente raccolti e lavorati all’interno di una stranissima macchina da lei inventata si trasformano in un materiale simil plastica, ma più malleabile, con cui si possono fare splendidi braccialetti, collane, soprammobili ed ornamenti simili.

Uahooooo!!!

Ma chi se li mette braccialetti fatti con la merda delle chiocciole? La domanda mi è sorta spontanea ma l’ho tenuta dentro di me… fin’ora! Perché in un certo senso io l’ammiro questa ragazza, ma a chi sarebbe mai venuto in mente una cosa del genere? E soprattutto chi mai ci avrebbe perso così tanto tempo dietro? Perché lei non solo ha scoperto che la cacca di questi molluschi contiene molta cellulosa ed quindi facilmente lavorabile, ma si è anche ingegnata su come farla venir fuori colorata (facilissimo, dando da mangiare alle chiocciole carta colorata!!!) Doppio Uahoooo allora!!! Insomma bambine quando fate spurgare le chiocciole mettete tutto da parte che ci facciamo una parure!!! Lunga vita alle chiocciole!!!

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Vi presentiamo il “SOCIAL BOOK”

salone-del-libro-torinoESPERIMENTO DI SOCIAL READING AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO. VI PRESENTO “SOCIAL BOOK”

Bellissimo l’esperimento di lettura collettiva digitale del XXVI Salone del Libro di Torino (dal 16 al 20 maggio 2013).

Il progetto si chiama Social Books, ed è realizzato in collaborazione con Bookliners piattaforma di social reading. In pratica, grazie a Social Books ogni utente può inserire note e commenti agli ebook presenti “in streaming” sulla piattaforma Bookliners, condividere i propri contenuti con gli altri utenti o sui social network, interagire con le note altrui, rispondendo o contribuendo in tal modo ad arricchire il testo di partenza, senza intaccarne l’integrità.

Divina Commedia - Inferno- MalebrancheL’esperimento, molto innovativo, e principalmente destinato alle scuole, coinvolge alcuni dei testi più diffusi nei programmi didattici italiani, (e altri pare si aggiungeranno a breve), dall’Inferno della Divina Commedia al Fu Mattia Pascal, passando per il Decameron ed I Promessi Sposi, offrendone un insegnamento nuovo ed interattivo.

Al Salone sarà presente una postazione fisica nell’area “Book to the future” dove chiunque potrà accedere per consultare un libro elettronico, leggerlo, sottolinearlo e arricchirlo con note, commenti, spunti, collegamenti ipertestuali e multimediali. In realtà il tutto è già on line e facilmente utilizzabile, sulla piattaforma Bookliners.

L’idea sembra dunque quella di voler creare testi per così dire “arricchiti”, ma credo ancora di più che sia il tentativo di rappresentare il passaggio, molto lento in Italia, dal libro fisico al libro elettronico, intercettando i cambiamenti dei metodi di lettura, che nell’era del social web, passa da momento individuale ad azione collettiva.

Qualcosa anche in Italia si sta muovendo!!!

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Vuoi stare zitta per favore?

Buongiorno Squirtbambini,
anche oggi una recensione fatta dalle squirtmanine della nostra ormai soprannominata “SquirtBertuccia”, che ci parla di…

Vuoi stare zitta per favore?

Carver+-+Vuoi+star+zitta+per+favore

E’ il titolo di un racconto, nonché di un intera raccolta, la prima uscita nel 1976, di Raymond Carver scrittore che meglio di nessun altro ha impresso una svolta irreversibile nel concetto di racconto breve e, ancora di più, nell’intero panorama letterario americano. Probabilmente il suo stile, unito alla scelta dei temi affrontati, rappresenta ancora oggi un modello unico e insuperato.

Pienamente in sintonia con questa descrizione Vuoi star zitta per favore? è una racconto di poche pagine (quindi adatto a SquirtAllegra) che affronta con sguardo impietoso e amaro l’instabilità affettiva di Ralph e Marian, marito e moglie, nel momento in cui Ralph, a distanza di due anni, viene a sapere del tradimento, per lo più immotivato, di Marian. Poche pagine, ma molto dense, che raccontano alla perfezione, anzi registrano, tutte le sensazioni, le emozioni, le reazioni e sopratutto le ossessioni di un uomo che, felicemente sposato, scopre improvvisamente il tradimento della donna che gli ha dato amore, figli e stabilità.

tumblr_lf4q2mDWht1qbrghmo1_1280Con il tipico stile scarno e lineare di Carver, il lettore è catapultato nel mezzo della storia dalla quale, anche una volta finita, non è facile uscirne (o almeno lo è stato per me). Perché in realtà la conclusione non chiude niente, anzi, restano aperti infiniti scenari, che sono poi quelli che ognuno di noi si trova di fronte nella vita reale.

Che fate lo leggerete?

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