Sul Lungomai di Livorno

Un mesetto fa non ho resistito ad acquistare un libricino dal mio libraio del cuore, piccolino ma pieno zeppo di passione ed orgoglio labronico…sì, perché a scriverlo è Simone Lenzi, uno degli scrittori emergenti della ridente e ridanciana città marittima livornese, già caro a noi per aver scritto La Generazione, dalla quale Virzì trasse ispirazione per il suo penultimo film Tutti i Santi Giorni (e qui colgo l’occasione per raccomandarvi sia la lettura che la visione di entrambi, oltre a raccomandarvi l’ascolto dei pezzi dei Virginiana Miller, con cui Lenzi oltretutto canta e scrive fin dal ’90!)

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Se volete farvi un giretto per Livorno pur restando sulla vostra poltrona, e non è detto che sia peggio, leggetevi tutto d’un fiato Sul Lungomai di Livorno, perché anche se vederla e viverla coi propri occhi è tutta un’altra cosa, un cicerone del genere non si trova proprio tutti i giorni. Non esiste persona che conosca a cui non abbia mai sentito dire almeno una volta nella vita “voglio tornà di casa a Livorno“, me compresa. Per chi utilizza il nostro blog per comprendere un po’ meglio l’universo linguistico dell’italiano, allora ecco che vi riporto il significato dell’espressione tipicamente toscana (e non solo livornese) del “tornare di casa“, direttamente con le parole del libro…

9788858107355In livornese tornare di casa da qualche parte non significa esserci già stati prima. Vuol dire semplicemente che sei andato ad abitarci. E’ un modo di dire apparentemente incomprensibile, a meno che non s’intenda questo tornare come una sorta di predizione per ciò che farai una volta traslocato: continuerai a tornare, perché la casa è il luogo in cui si torna ogni volta. In realtà tornare avrebbe qui il significato etimologicamente conservativo di girare intorno a [e qui, se vogliamo infierire, vi ci aggiungo io un collegamento da malati della linguistica europeistica come me medesima, facendovi notare che, guarda caso, tornare in italiano ha la stessa radice del francese tourner, che fu calcato secoli e secoli fa dagli inglesi per creare il loro turn: in entrambi i casi, appunto, i verbi corrispondono al nostro girare intorno a ... che giuoia, la filologia! nda] , e quindi di centrarsi in un punto (la casa) attorno al quale andremo sempre girando. Comunque sia, mi pare che questo tornare di casa sia soprattutto una forma inaugurale per quando ancora ci sono in giro scatoloni pieni di cose che attendono una sistemazione. Quel di assolverebbe insomma una funzione sconosciuta alla grammatica ufficiale: una specie di preposizione provvisoria, o vicaria, messa lì in attesa che un bel giorno, senza neanche accorgersene, si possa sostituirla e dire che, finalmente, siamo tornati a casa.”

Il libro, in fondo, ci fa fare un giro per Livorno seguendo i tre traslochi dell’autore, avvenuti nel corso di venti anni, da una parte all’altra della città, quindi era veramente doveroso spiegare il significato di questa nostra espressione: c’è il quartiere della Stazione, quello di Venezia, ci si trova dentro le antiche Terme Corallo e le loro decadenti porte in art déco, la metafisica Terrazza Mascagni e ci sono gli immancabili Quattro Mori. Insomma, miglior guida alla città non si potrebbe trovare, anche perché non si spiega, ma Livorno attira prima o poi tutti per questo o quell’altro motivo…e leggere queste parole, certo ce la fa amare ancora di più…

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“La retorica impone che si dia prima la cattiva: i livornesi vogliono avere a che fare soltanto con i livornesi. La buona è invece che diventare livornesi non è affatto difficile: siamo tutti pronti a darvi una mano. Perchè è bene si sappia subito che a noi, di voi, di chi siete e del luogo da cui provenite, francamente non ce ne importa nulla. Se però, dichiarando la vostra apostasia, professerete adesione alla livornesità, non solo sarete i benvenuti, ma faremo di tutto per farvi sentire a casa, visto che, per la vostra intelligenza, avete saputo vedere quel che gli altri (si pensi ai disgraziati che si ostinano a vivere a Parigi, Milano, New York o Roma) non vedono. Se sceglierete la bella mi’ Livorno come patria elettiva sarete insomma subito fagocitati, digeriti, assimilati e resi parte di un’identità che somiglia per certi versi a quella americana: accogliente e autoreferenziale, allo stesso tempo.”

E siccome qui è proprio Lenzi ad associare Livorno ai distanti USA, spero non tu te la prenda, caro Simone, ma a me viene in mente questa perla cantata da quei du’ grulli de GattiMézzi (eh si, grulli sì, perché noi siamo di confine, ma pur sempre fiorentine e così li definisco) … a noi Livorno piace tanto proprio perché…

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